La nostra è una storia lunga, complessa, intricata, con molti personaggi, a volte quasi un romanzo.

Difficile, ma bellissima.

Per questo io non mi arrendo.

venerdì 14 giugno 2013

Come nel mare in tempesta, senza ancora.

Era da Gennaio che aspettavo (e forse speravo) che il discorso riguardo il lavorare assieme si facesse serio. Soprattutto per capire quali fossero le sue intenzioni, se fosse possibile una vita del genere, se davvero credesse che io potessi farcela assieme a lui.
Beh, la proposta seria è arrivata e no, non sto parlando di matrimonio.
Siamo passati dai discorsi fatti un po' per scherzare al "pensaci in queste settimane, io lo sai cosa vorrei" .
No, non lo so. O almeno, non lo sapevo. Non avevo capito le sue idee né le sue intenzioni, non sapevo cosa volesse da me. Ora credo di averlo capito. Lui ci crede davvero, o perlomeno più di me, e vuole incominciare a rendere le cose più serie e fatte bene, su un livello più alto.
Io invece non riesco a credere che sia possibile, la mia presenza intendo. Ho analizzato i possibili pro e contro e ovviamente i contro sono risultati più numerosi. La cosa spaventa entrambi, ma lui sostiene che ne varrebbe la pena.
Si, forse ne varrebbe la pena solo per la quantità di tempo assieme e le risate che mi farei con lui e Alessio. Forse ne varrebbe la pena perché lui sarebbe felice e la sua felicità è l'unica cosa che conta per me, più del mio orgoglio o del mio stare male.
Non sarebbe facile, affatto. Abitiamo distanti e questo influenza moltissimo le possibilità di muoversi assieme e quindi aiutarlo sul campo. Tre volte su quattro questo non è possibile e tutto si riduce a me, a casa, sola ad aspettare un segno di vita al cellulare che quando (e se) arriva, si tratta di un messaggio privo di senso o di una chiamata rapida in cui non facciamo nemmeno in tempo a chiederci come va. Lui è ovviamente occupato insieme ad Alessio e sono più che sicura del fatto che lui non si renda nemmeno conto del passare del tempo, mentre per me ogni minuto che passa non fa altro che aumentare il malumore. La cosa peggiore è che a tutto questo non c’è soluzione, non c’è un modo alternativo in cui possano andare le cose. Semplice e letale.
Un altro punto assolutamente odioso è il fatto che io non avrei un ruolo così fondamentale e temo che presto si renderà conto che sono solo una perdita di tempo.
Perché uno dei contro più pesanti è la mia assoluta ignoranza a riguardo dell'argomento. Posso provarci quanto voglio e impegnarmi, ma sarò sempre due passi indietro rispetto a loro e questo è un peso per entrambi.
Aggiungiamoci il fatto che odierei sentirmi stupida e mi ammazzerei piuttosto che dirgli che non sono in grado o non ho capito una determinata cosa. So che avrebbe pazienza, ma non credo così tanta da farmi sopravvivere più di qualche mese, l'essere umano ha dei limiti naturali dopotutto. E finire impiccata con un cavo ad un'americana non è decisamente la prima della mia lista delle cose da fare
Vuole che io ci provi, spera che io ci creda come fa lui. Vorrebbe sentirsi dire: "voglio provarci", cosa che avevo cercato di fargli capire tempo fa. Io ci terrei e non solo per ragioni smielo-romantiche, ma anche perché è un ambiente che mi piace, che piace a tutti, è una vita folle che da soddisfazioni. Vorrei saperne di più per potergli dire tranquillamente di si e per vedere lui più tranquillo a riguardo.
Non si esprime su tutti i lati negativi della vicenda, lui enfatizza quelli positivi. Io mandando quella lista di pro e contro forse speravo in una reazione tipo: "Stai tranquilla, supereremo tutto insieme, ce la faremo", ma a quanto pare l'ho solo reso più impaurito e ansioso. Meglio così, forse, almeno ci rendiamo conto per davvero a cosa stiamo andando incontro, senza illusioni e senza prese in giro, ma se già era difficile prima, ora sembra impossibile.
Tutto sembra contro di noi, ogni volta che c’è un risvolto positivo, mi ritrovo schiantata di faccia contro la realtà, ovvero che non è assolutamente fattibile, anche se lui dopo un paio di esperienze insieme mi ha risposto che sono praticamente una stagista nella sua azienda. Come no. Spostando due o tre cose una volta ogni due mesi, senza avere la più pallida idea di quello che si dice con Alessio.
Non riesco ad essere positiva a riguardo, non riesco a vedere quel futuro e non credo che nessuno si impegnerà davvero per darmi la possibilità di averlo. Sono tutte belle parole, tutti palliativi che mi tengono buona e tranquilla per qualche giorno, finché l’argomento non si ripresenta.
Non credo sia la vita che vuole. Ha un buon posto a Milano e non ha intenzione alcuna di lasciarlo, giustamente, rendendo impossibile l’idea di accrescere il suo lavoro. Così come Alessio non abbandonerà mai la tranquillità del posto fisso dietro una cattedra.
E io continuerò a guardarmi attorno coi miei grandi occhioni impauriti, ad aspettare la  fine della tempesta, ad aspettare quel lieto fine, quella vita che lui dipinge a colori luminosi, ma che nella mia visione non sono altro che sbiadite macchie di colore su una tela troppo fragile per resistere agli attacchi del tempo. Aspetterò che il mio animo sognatore si spenga come la fiamma di una candela consumata dall’angoscia e dai tentativi di brillare fino all'ultimo.  Aspetterò che la vita reale, quella cruda, difficile, triste e priva di colore, prenda il posto della speranza e renda tutto più semplice, senza stimolo alcuno.
In fondo, molto in fondo al cuore, vorrei provarci. Mi fanno paura i contro, ma mi fa ancora più paura l’idea di rinunciare a tutti quei pro.
Vorrei quella vita folle con lui, Vorrei un’estate ancora più perfetta di quella scorsa, Vorrei lui e Vorrei vedere il suo sorriso, quello vero di quando è felice e nulla lo può toccare. Vorrei essere li con lui, ora e in un qualsiasi tipo di futuro.
Perché lo amo, perché dopo 6 anni non ho alcuna intenzione di perderlo, perché non posso immaginare una vita senza di lui, con cui sono cresciuta, senza la persona che mi ha sempre accettata e perdonata, che mi ha aspettata, che mi ha voluto davvero, che ha lottato per me fino alla fine, che mi ha capita, che può permettersi di dire “ormai ti conosco”.
Vorrei fare quei sacrifici, crescere o crollare con lui. Non posso permettermi di buttare via un’occasione per delle paranoie. Se poi verrà fuori che sono totalmente inutile, va bene. Migrerò da qualche altra parte e cercherò di costruirmi un’altra vita. Se andrà bene sarò insieme a lui, se andrà male sarò insieme a lui con più forza, perché nel bene è facile stare accanto a una persona, ma è nel male che ti rendi conto di quanto quella persona significhi per te e quanto sei disposta a fare per l’altro.
Vorrei, ma non posso e non credo potrò mai.

Il vero problema è che quello che vorrei è l’unica cosa che desidero davvero. E non ho preparato alcun piano di riserva, nessun piano di salvataggio.

venerdì 29 marzo 2013

Le rose, però, hanno più spine che petali


La biologia ci insegna che, nei primi mesi di una relazione,  l’innamoramento folle serve a non notare i difetti del partner ideale, per non compromettere un futuro accoppiamento che produrrebbe individui sani e adatti alla sopravvivenza.
E porca puttana se ha ragione.

I difetti non esistevano affatto i primi mesi. Era il ragazzo perfetto, il ragazzo dei sogni, il suo mondo girava attorno a me e il mio attorno a lui.
Ma l’estate finiva, portandosi via le belle giornate, le serate assieme, il buon umore e il tempo libero.
Iniziava a subentrare il lavoro, quello tosto che lo impegna per ore, per giorni, spezzando quell’equilibrio surreale che aveva fatto sembrare tutto una favola.
Aumentava anche il sentimento, rendendo la distanza e l’assenza di tempo sempre più insostenibile.
I crolli c’erano, ma erano sfoghi per lo più, erano “mi manchi” nostalgici, che si risolvevano nel giro di due giorni, quando di nuovo eravamo abbracciati.
Comparivano i primi difetti mentre spariva l’entusiasmo iniziale. Ora facevamo i conti con le cose serie, spesso bisognava chiedersi se ne valesse davvero la pena.
O almeno, io me lo chiedevo spesso.
I primi mesi ero assolutamente convinta che ne valesse la pena a qualsiasi costo, che non ci fosse nient’altro che potesse influenzarmi come lui. Mi lasciavo convincere dalle sue parole, credevo alle sue promesse, attendevo fiduciosa che prendesse l’iniziativa e creasse tutte le situazioni che avevamo immaginato.
Dovetti abituarmi in fretta a non ascoltare più nulla, a non illudermi.
Ora che avevo iniziato a credere di avere anche io diritto a sogni e illusioni, mi trovavo a sbattere ripetutamente la faccia sul pavimento, schiantata in più occasioni dal destino che non permetteva il verificarsi di nessun progetto.

Incolpare il destino però non aiutava affatto. Il più delle volte vedevo solo un’assenza di spinta da parte sua. Non mi sentivo mai messa al primo posto, come giurava lui, mi vedevo sempre soppiantare da altre questioni, come il lavoro.
Tuttora mi sento minacciata da questa tremenda entità, che unita alla distanza mi riporta costantemente al 2010, quando sparì senza motivo, quando smise di interessarsi a qualsiasi cosa che non riguardasse il lavoro.
Non riesco a liberarmi da questa sensazione tremenda di essere meno importante del lavoro e del suo collega / migliore amico / diosolosacosa. Non riesco a mettermi in testa quello che mi promette e sussurra piangendo, non riesco a credere di avere quell’importanza che dice lui.
E così andiamo avanti a litigare, ad ammazzarci verbalmente, a piangere, a stare male. Sono in queste occasioni in cui penso seriamente che non ne vale affatto la pena.
Non è mai stata una relazione facile e sapevamo che non lo sarebbe stata, ma non ci è importato a luglio. Ora ne paghiamo le conseguenze, ora stiamo facendo i conti con tutto quello che ci si mette contro: distanza, lavoro, mancanza di fiducia, difficoltà di comprensione e mille altre cose.

In tutta questa storia tragica, assurda e tormentata un’altra delle sue promesse, forse la più assurda e bella, la più impossibile da realizzare, quella a cui credo meno in assoluto, ha rischiato di mandare tutto a quel paese alla fine di gennaio 2013. In un periodo di insicurezza, paura, mancanza di amici e problemi in casa aveva lanciato la bomba del “voglio lavorare assieme a te”.

venerdì 8 marzo 2013

La bellezza - 2012


I primi mesi erano belli anche se facevano paura, avevo un filo d’ansia ogni volta che dovevamo vederci, ero emozionata in modo esagerato, un filo impacciata e timida, avevo paura ad essere me stessa, a lasciarmi andare.
Ero felicissima, nulla poteva toccarmi, ma avevo come la sensazione di innamorarmi di uno sconosciuto e questo faceva paura.
Lui si apriva poco alla volta con me, mi raccontava del lavoro, gli amici e tutti quei dettagli personali che raramente ci eravamo scambiati.
La relazione si evolveva sul lato sentimentale e inevitabilmente su quello fisico.
Non cercavamo più solo gli abbracci e i baci, ma entrambi volevamo sentire davvero, di più l’altro.
Era un’esigenza fisica starsi addosso nonostante il caldo, stringersi fino a farsi quasi male, spingersi oltre le semplici carezze da innamorati.

Dopo un mese di relazione ci fu la prima volta a casa sua.
Eravamo soli, era un pomeriggio caldissimo di agosto e io dovevo fare i conti per la prima volta con il mio corpo.
Odiavo l’idea di finire troppo svestita, odiavo il mio corpo e odiavo l’idea di poter fare brutta figura con lui, che insisteva a dire che gli piacevo davvero, che anche il mio fisico era bello per lui. Ovviamente non riuscivo a crederci.
L’emozione era tanta, la paura anche, ma come mi baciava e come mi stringeva mi faceva sentire bene, mi faceva dimenticare l’odio che provavo verso me stessa. E per la prima volta nella mia vita, mi sfilai l’abito di mia spontanea volontà, lasciandolo zitto per un momento.
Associai quel silenzio al ribrezzo e me ne pentii, ma subito dopo mi sorrise e mi strinse di più a sé, affondando il suo volto nel mio collo e mettendo da parte le mie paranoie per un momento. Ma contrariamente a quello che si può pensare, non bruciammo tutte le tappe quel pomeriggio, perché lui voleva davvero aspettare che io mi sentissi davvero sicura di superare quella tappa con lui. E aspettò altri mesi, prima che succedesse, senza mettermi fretta.

Fu il pomeriggio in cui mi guardò negli occhi e rivelò di amarmi, lo fece guardandomi negli occhi, steso sotto di me, mentre mi accarezzava la schiena.
Sentii il cuore accelerare e sapevo che la mia espressione era quella di un cerbiatto spaventato. Non ero pronta a sentirlo, non sapevo come reagire.
D’istinto lo abbracciai e lui mi strinse, mentre rimanevo muta ed emozionata.
Non ricambiai, perché non sapevo se era vero. Si, mi sentivo innamorata, ma quanto? Lui lo capiva, avrebbe aspettato, disse.
E aspettò davvero, finché non fui davvero pronta e lo rivelai, lo sussurrai, senza nemmeno pensarci, perché lo sentivo vero, lo sentivo dentro.
Eravamo di nuovo a casa sua, a novembre, dove per la prima volta diventammo una cosa sola. E non è solo un termine ripreso dai racconti smielati di casalinghe disperate, non è un modo di dire sdolcinato. Mi sentii davvero parte di qualcosa più grande di tutto il resto, eravamo solo io e lui e nient’altro contava.
Eravamo solo io e lui, stretti, abbracciati, vicini, a ridere, sussurrare, accarezzarci, rimanere in silenzio guardando un film.
Era il tutto, in un momento.

Se c’è una parola che definisce al meglio i mesi passati con lui, questa è “bellezza”.
C’è bellezza nelle sue parole, nella sua voce bassa che mi vibra dentro quando la mia schiena è sdraiata sul suo petto.
C’è bellezza nei suoi occhi, quando mi guardano e sorridono senza dirmi il perché.
C’è bellezza nei suoi gesti, così spontanei e naturali, dolci come quando mi ha regalato un ciondolo a forma di cuore “Così non ti dimentichi di me mentre sei a Berlino”, breathtaking come quando mi ha guardato negli occhi e detto il primo “Ti amo”, indimenticabili come quando mi ha regalato un mazzo di fiori con le rose screziate, quasi introvabili, che mi aveva promesso mesi prima.
Bellezza pura, in tutti quei momenti che sembrano durare secondi, per quanto volano velocemente, in tutti quei giorni passati assieme, in tutte le parole d’affetto che mi scrive o sussurra.

lunedì 4 marzo 2013

Una carezza in un pugno - 29 luglio 2012


Maggio e Giugno passarono, lasciando i loro segni su di me, dentro di me.
All’esame di maturità si aggiunse anche l’esame pratico della patente, al quale ero già stata bocciata qualche mese prima, evento che mi aveva sconvolta oltre ogni aspettativa.
La seconda volta andò bene per fortuna, così come l’esame di maturità (beh, si fa per dire, odio ancora quel maledetto numero che sarebbe il voto finale), ma il mio stomaco ne uscì sconfitto.
L’ansia e il nervosismo, in due mesi, l’avevano ridotto a uno strato sottile di tessuto che non ne voleva sapere di tenere giù quasi nulla.
Il mio fisico ringraziava, ma ancora oggi mi conviene star lontana da bevande gassate o cibi a rischio allergia.
Passava anche luglio, troppo velocemente, così velocemente che non ci accorgemmo che si stava avvicinando la fatidica data.

Iniziai ad aprirmi all’idea di vedersi, la cosa mi creava non poca ansia, ma mi stavo convincendo che avrei voluto provarci.
Volevo ritrovare il coraggio che avevo avuto qualche anno prima, volevo essere finalmente felice. Mi rimbombava nella testa una frase letta al liceo, durante letteratura inglese:
“He would give her life, perhaps love, too. But she wanted to live. Why should she be unhappy? She had a right to happiness.
Era un pezzo tratto da Eveline, di Joyce. Durante quei mesi al liceo leggevo quella frase e non potevo fare a meno di pensare a quanto rispecchiasse la mia situazione. Era lui, lui poteva rendermi felice. E io avevo uno stramaledetto diritto alla felicità che mi stavo negando per non ferire nessuno.

Il 24 luglio, un pomeriggio di quelli caldi da morire, affrontavo la questione imminente con lui in chat. Si parlava di vedersi, della data che sarebbe stata significativa, della mia paura e di tutte quelle cose che mi bloccavano.
Mi rassicurava, mi diceva che avrebbe voluto dirmi quello che provava guardandomi negli occhi. Non sapevo cosa rispondere.
E da una risposta, trasse un romanzo, una dichiarazione, un testo lungo, sincero ed emozionato forse, in cui si metteva a nudo.

“[…] Ma io son sicuro fino in fondo di volere te.
Di vivere con te e per te e non cambierò mai idea.. A meno che tu mi dica che non ne vuoi sapere, ma se siamo arrivati fin qui... Non penso accadrà.

Ormai l'ho preso come un desiderio personale e farò di tutto affinché tu riesca a credere più in te, tu vali tanto e tu mi piaci tanto, esattamente per come sei ora, non per come vorrei che tu sia.
E sicuramente non solo per i tuoi capelli rossi, ma anche per il tuo carattere e i tuoi modi di fare.
Sei diversa dalle altre ragazze ma mi piaci esattamente tu cosi come sei, solo tu riesci a farmi sognare ogni notte e a farmi pensare a te sempre, al voler scriverti e sentirti in ogni momento.

In ogni momento difficile penso a te e mi dai la forza di andare avanti con la speranza di vederti, forse un giorno.
In ogni momento soddisfacente ringrazio te che mi hai dato la forza e la voglia di fare quelle cose.
La mia vita senza di te sarebbe davvero vuota e non lo dico perché fa figo dirlo, ma perché è davvero così, altrimenti non ti romperei ogni 2 minuti con i miei messaggini del cazzo, non ti scriverei su fb appena ti vedo online e non ti chiederei ogni 2 minuti di vederci.

Io voglio esattamente te Agne..
Tu sei una delle cose più belle che io abbia mai avuto nella mia vita e ora che ti ho trovata
spero ti farti entrare sempre di più e spero di non perderti mai più.
Tu sei tutto per me...
Sei più importante dell'aria che respiro.. Sei tutto ciò che ho sempre desiderato e già non mi sembra vero di essere arrivati fin qua.

Io vorrei stare con te non solo perché voglio star bene io egoisticamente parlando, ma perché vorrei star bene insieme a te..

Vorrei che io e te stessimo bene insieme
Vorrei che NOI stessimo bene insieme.”

Non sapevo più cosa rispondere. Faceva ancora più paura.
Sapevo che se questo era ciò che provava, sarebbe stato ancora più difficile sentire tutto a voce.
Il mio stomaco tornò a contorcersi e dimenarsi come un cavallo impazzito e non mi diede tregua fino alla sera del 29 luglio.

In un’ora vomitai l’anima tre volte.
Non avevo più nulla dentro, non avevo più niente per cui stare male, ma il mio stomaco persisteva a voler buttare fuori qualcosa.
Tremavo, non ragionavo, ero terrorizzata e nel panico più totale.
Lentamente, facendo durare ogni gesto un’eternità, mi truccai e scelsi i vestiti.
Indossai un abito leggero, blu. Sapevo che era il suo colore preferito. L’avevo comprato apposta per quello.
Mi scrisse che era arrivato, ma ero troppo agitata per scendere subito e così rimasi dieci minuti seduta a cercare di ricordarmi degli esercizi di respirazione.
Non ero calma, ma almeno mi reggevo in piedi, quando scesi le scale.
Camminai verso di lui a testa bassa, mordendomi il labbro, con il cuore che martellava nel petto e lo stomaco che dava nuovi segni di ricaduta.
Mi salutò e mi passò una mano attorno alla vita, come per abbracciarmi, ma mi sentii soffocare e lo spostai, aggrappandomi alla ringhiera di una casa vicina per evitare il collasso.
Quel profumo, l’aveva ancora addosso.

Fino al parco parlò solo lui, mi limitavo a rispondere con “si” o “no” onde evitare uno scoppio di pianto isterico.
Ci sedemmo su una panchina, mi stava vicino, troppo vicino per i miei gusti.
Non riuscivo a sopportare la sua presenza addosso, avevo in corpo rabbia e ansia e quel contatto mi rendeva nervosa, come se fosse qualcosa di assolutamente sbagliato.
Mi parlava, ma quasi non lo sentivo e quando cercò di baciarmi sibilai con una cattiveria che non pensavo avrei sfoderato “Avevi detto che non sarebbe stato come due anni fa.”. Si allontanò, forse ferito, forse spaventato all’idea di aver rovinato tutto.

Dopo un attimo di silenzio la sua mano prese la mia e sentii le stesse parole che leggevo, arrivare direttamente da lui, dalla sua voce bassa e rassicurante, che tremava un po’, ma che pian piano si fece ferma e decisa.
Mi chiese di guardarlo negli occhi, cosa che non faccio mai con nessuno.
Alzai lo sguardo fino alle sue labbra, di più non riuscivo.
Mi sussurrò un “Ehi..” e azzardai un contatto visivo di qualche secondo.
Non avevo mai visto uno sguardo così a nessuno. Così preso, così… Innamorato?
Arrossii e tornai alle sue labbra, che piano si avvicinarono alle mie.
Gli permisi di baciarmi. Lo baciai io, lo volevo, inutile negare.
Ero fredda, ero distaccata, ma quel bacio mi fece contorcere ancora una volta lo stomaco e stavolta era piacevole.

Prima di tornare a casa, ancora davanti alla panchina del parco, tenendomi per una mano mi fece avvicinare e mi abbracciò.
Mi tuffai in quell’abbraccio, mi ci nascosi, volevo fondermi in quell’abbraccio e rimanerci. C’era pace, c’era calma.
Era un abbraccio vero, un abbraccio che avevo avuto solo in sogno fino a quella sera. Ovviamente, da lui.
Tornai a casa più tranquilla, senza ansia, con una strana pace interiore che non sentivo da tempo.
Questa era la volta buona. Questa volta eravamo pronti entrambi.
Sul cancello di casa mi salutò con un bacio al quale risposi con un pugno leggero sulla spalla. Lui rise, ma non credo abbia mai collegato quel gesto ad una conversazione che avevamo avuto all’inizio del mese, nella quale mi proponeva un bacio per ogni scatolone che mi avesse aiutato a portare durante il cambio della mia camera. Gli avevo risposto che si sarebbe beccato dei pugni in realtà.
Era una sciocchezza, qualcosa che solo io potevo sapere. Ma mi venne naturale, così come quel sorriso che mi accompagnò fino al momento in cui mi addormentai.

venerdì 1 marzo 2013

Boccioli - 2012


Erano passati solo 13 giorni da capodanno, da quel messaggio, e la situazione non sembrava smuoversi in alcun modo.
Iniziava ad essere insostenibile, la situazione, iniziava a pesarmi questo cercare in ogni modo di nascondere cosa in realtà provassi per lui.
Non riuscivo nemmeno a parlarne senza che la voce tremasse, per questo non ne parlavo a nessuno.
Piano piano questo ragazzo che sembrava aver creato solo scompiglio nella mia vita venne lasciato da parte da tutti, con la convinzione  comune che entrambi ci fossimo rassegnati.

Diventai più morbida nei modi di fare, i sensi di colpa per tutte le parole orribili che gli avevo scritto fino a quel momento diventarono insostenibili e mi costrinsero a fare i conti con i sentimenti che provavo, ma negavo.
Da cattiva passai a neutrale. Non c’era né rabbia, né tristezza, né felicità nei miei messaggi, erano semplici risposte.
La situazione si fece più tranquilla, ma dopo qualche mese le sue richieste cominciarono di nuovo. Era diverso, però.
Non c’era insistenza morbosa, c’era determinazione. L’aveva trasformata nella sua battaglia personale.
Ci credeva davvero, ma io nonostante tutto non riuscivo a fidarmi del tutto.
Era sparito per mesi, era scomparso quando mi ero illusa di poter avere qualcosa con lui, oltre al fatto che abitiamo distanti, che ha un lavoro impegnativo, che non sarebbe stata né semplice né sempre felice.

Il giorno del suo compleanno, 13 maggio, ero fuori per pranzo con amici, ma il mio umore era grigio e piatto come quella giornata.
Sentivo un vuoto, dentro.
Mancava qualcosa, mancava un pezzo.
Era il suo compleanno, ma il suo tono era tutt’altro che allegro e io non riuscivo a sopportarlo.
Pochi giorni dopo, iniziò a parlare di una lettera. Una lettera che avrebbe voluto scrivermi per spiegarmi quello che provava e farmi capire che le sue intenzioni erano serie questa volta.
Iniziai a temere il peggio, a temere la mia reazione nel vedere qualcosa scritto di suo pugno, nel leggere nero su bianco le cose come stavano.
Perché un conto sono i messaggi al cellulare o in chat, un conto una lettera scritta a mano. Li non credo si riesca a mentire, lì c’è la scrittura che ti frega.
Quindi attendevo questa lettera, attendevo il momento della verità.

Il pomeriggio del 23 maggio 2012, mentre ero sdraiata sul letto ad evidenziare un paragrafo di storia, suonarono inaspettatamente al citofono. Nessuno arrivava a quell’ora, erano da poco passate le 14.30 e non aspettavamo nessuno.
Mia madre borbottava mentre apriva la porta per scendere le scale e percepii un “Secondo me si sono sbagliati” a cui non diedi importanza. Avevo un’interrogazione con la professoressa che odiavo di più in assoluto il giorno dopo, nulla aveva importanza.
Si aprì la porta di camera mia e mia madre mi allungò un mazzo di fiori.
Non collegai subito, ma poi ricordai la storia della lettera.
Questo era ancora più sconvolgente.
Presi i fiori e tra gigli, rose bianche e gerbere arancioni, quasi non notai il bigliettino allegato.
Con i fiori in grembo, un profumo incredibile, aprii tremante il bigliettino.

A questi fiori avrei voluto affiancare quella lettera, ma l’ho trovata troppo banale per una persona speciale come te. Spero che il nostro rapporto sia come un bocciolo di questi fiori. Un giorno sboccerà e diventerà stupendo!
A presto
Massimo

Era scritto a mano, una scrittura piccola, stretta e nervosa.
Era pieno di speranza, positivo, ottimista. Faceva sembrare quel “rapporto” una conseguenza naturale e inevitabile. E poi “A presto”, come se fosse convinto che mi avrebbe riavuta, mi avrebbe rivista da li a poco.
Non sapevo come reagire e fissai quei fiori per attimi che sembravano eterni.
Nel frattempo lo aggiornai in chat, dove mi aveva scritto poco dopo e mi disse che aveva bruciato la lettera. Un gesto piuttosto teatrale, andava bene anche buttarla.
In silenzio sistemai i fiori in un vaso d’acqua e invece di lasciarli in sala da pranzo li portai in camera mia, sistemandoli sulla mia scrivania. Il profumo mi calmava.
Tornai con un sospiro ai miei appunti di storia, ma senza concentrarmi.
Sorrisi e scossi la testa.
Quel gesto così semplice, teatrale, romantico e per nulla scontato mi arrivò dritto al cuore  e mi fece sentire davvero bene. Sentii che c’era del vero, qualcosa di profondo in tutto quello che stava facendo.
Quel ragazzo non finiva mai di stupirmi.

martedì 26 febbraio 2013

Oblio - 2011

Posso contare le volte che ci rivedemmo da quel 29 luglio.
Quattro volte.
E credetemi, vedersi quattro volte, da luglio a ottobre, per una ragazza che ha bisogno vitale di certezze e risposte, è una delle torture più ciniche che possano capitare.
Era il lavoro. Sempre e solo il suo lavoro a tenerlo lontano.
Nella mia mente lui era mio, finalmente, c’era qualcosa di importante o che sarebbe diventato tale a breve. Ma non fu così.
I messaggi si fecero sempre più rari, le chiamate inesistenti, i contatti su MSN o Facebook sporadici e carichi di tensione. Ogni mia parola veniva letta come un’accusa, un insulto, quando in realtà l’unica cosa che mi spingeva ad essere sempre più fredda era il dolore.
Non voglio mentire, non era uno di quei dolori tragici, strazianti, che ti tolgono il sonno e ti lasciano intere giornate piangente davanti a un film strappalacrime.
No, era più quel genere di dolore che si prova quando perdi il tuo portafortuna, il tuo oggetto preferito, quando sei costretta ad abbandonare qualcosa che per te era davvero importante, nonostante fosse piccolo e, al parere altrui, insignificante.
Era un chiodo fisso nella mia mente. Il cellulare squillava e speravo che fosse un suo messaggio, una chiamata. Nulla di nulla.

Il senso di vuoto che mi stava attanagliando mi spinse a ributtarmi tra le braccia che pochi mesi prima avevo ferito, la notte di capodanno, con la convinzione che sarebbe stata l’unica scelta giusta, l’unica scelta plausibile, che non mi avrebbe fatto soffrire.
Mi immaginavo lui che si rifaceva una nuova vita, me lo immaginavo accanto ad un’altra. In fondo era ovvio che sarebbe successo. Abitiamo distanti, non mi vedevo una gran bellezza e non ne sarebbe valso la pena per lui sprecare ulteriore tempo con me.
La mia mente proseguiva per i suoi tortuosi itinerari che conducevano alla follia, ma poi per un momento, poco prima di partire per la Germania, trovai una strana forza che costrinse a smetterla di essere così patetica e dire basta.
Volevo davvero dire basta, ne ero sicura e convinta, ero pronta a lasciar perdere tutta quella follia che era iniziata per gioco. Non ne valeva la pena, in fondo.

Fu un periodo di rinascita. Decisi di cambiare il mio modo di vedere il mondo, volevo imparare ad essere più istintiva, smetterla di soppesare ogni singolo istante, cominciare a godermi davvero la vita e staccarmi da chiunque mi stesse tenendo legata al passato. E ci riuscii per un po’. I suoi messaggi, che cominciavano ad aumentare lentamente, venivano spesso ignorati o ricevevano risposte fredde e cattive. Il mio solo scopo era allontanarlo, non era nel mio interesse fargli del male.
Ero libera, ero una persona nuova. Potevo ricominciare, anche senza di lui, mi ripetevo.
A luglio, con una mia amica, tatuai sulle costole, sopra il cuore, il memento alla nuova me: Leb die Sekunde, ovvero “Vivi i momenti”, cosa che troppo spesso dimenticavo di fare.
Appena tornata a casa postai su Facebook una foto del tatuaggio, con la data bene in evidenza.
Era il 28 luglio.
Il suo messaggio, qualche ora dopo, recitava: “È una coincidenza che tu abbia scelto proprio questa data?”. Si lo era, ma la sua reazione mi lasciò senza parole.
Lui ricordava il giorno in cui per la prima volta ci eravamo incontrati, un anno prima, mentre per me era semplicemente il giorno in cui avrei marchiato in modo indelebile la mia pelle. Non ci diedi peso, in fondo cosa ci vuole a ricordarsi una data? E io avevo parte dell’estate da vivere.

Poi eccola, la famigerata quinta superiore, che cominciò con i peggiori presupposti che il mio liceo avesse mai visto, ma che avremmo dovuto affrontare in un modo o nell’altro.
Lo studio fu da subito intenso e continuativo, i primi mesi passarono in un soffio e quando a novembre raggiunsi il primo picco di nervosismo acuto, venni trascinata fuori casa da mia madre per rifugiarci in centro commerciale, giusto per staccare.
Era il 13 novembre 2011, faceva un freddo che ancora me lo ricordo, il tempo era grigio e umido e sulla soglia del centro commerciale c’era lui.
Mi sentii morire dentro.
Il mio cuore, non sto scherzando, si fermò e per un momento credetti di svenire.
Lui non mi vide, stava parlando con altre persone. Non notò una testa rosso fiamma che si era immobilizzata a pochi metri da lui, con il terrore negli occhi, pallida come la morte.
-Vuoi andare a salutarlo? – chiese mia madre, ma negai fermamente con la testa ed entrai.

L’ansia cominciò a consumarmi dentro, il mio stomaco dava segni di cedimento e le lacrime facevano l’impossibile per cercare di uscire.
Perché li, perché proprio lui? Perché proprio adesso che stavo meglio?
Perché io in realtà non stavo meglio. Semplicemente io non potevo stare bene senza di lui.
Mi mancava tutto di lui. Il suo profumo, le sue braccia, le sue mani, i suoi capelli, le sue labbra. Tutto. Passavo le ore a immaginarci assieme, a chiedermi come sarebbe stata una vita accanto a lui, a chiedermi se nonostante i chilometri valesse la pena provarci.
Fino a quel giorno mi ero convinta che sarebbe stato impossibile.
Ma rivederlo mi lacerò dentro, io non stavo affatto bene, io non mi ero liberata di lui e del suo pensiero. Io lo volevo, lo volevo da quando mi aveva chiamato piccola, da quando mi aveva detto che avevo degli occhi bellissimi, da quando mi aveva abbracciato e ringraziato sussurrando, da quando quell’ultima volta che ci eravamo visti, un anno prima, ci eravamo salutati con un bacio frettoloso sul cancello di casa, mentre la pioggia ci metteva fretta.

Un pensiero fastidioso mi accompagnò quando lo rividi poco dopo all’interno di un negozio: 
Ti prego notami.” Avrei voluto vedere la sua reazione, avrei voluto vedere cosa avrebbe detto a vedermi ora coi capelli lunghi e un look nuovo, avrei voluto sapere se si sarebbe avvicinato. Ma aspettai di essere al sicuro in macchina, prima di prendere il cellulare e scrivergli che lo avevo appena visto.
Non fu un gesto di sadismo, volevo solo che sapesse che per un momento il destino ci aveva dato la possibilità di fare qualcosa.
Pianse, così mi disse. Pianse perché gli mancavo, perché era stato “un idiota ad averti lasciata andare”.
Non gli raccontai mai la mia reazione. Probabilmente lui da quel giorno è convinto che io gli sia semplicemente passata accanto a testa alta, deridendolo poi con un messaggio. Ma solo il mio quaderno lilla sa quanto stessi tremando non appena tornata a casa.

La mia testa di nuovo si trasformò in un frullatore di pensieri e lui era sempre il protagonista. Improvvisamente rimpiangevo tutto, mi odiavo per come l’avevo trattato, avrei voluto fare qualsiasi cosa pur di fargli capire cosa in realtà provassi per lui, ma non potevo fare niente, perché quella che chiamavo migliore amica aveva a più riprese minacciato di non poter sopportare la sua presenza, di non poter immaginare una vita in cui io e lui avessimo un futuro condiviso.
Per la paura di perderla, continuai a trattarlo come avevo sempre fatto finora.
In realtà, me ne resi conto solo dopo, stavo allentando la morsa mese dopo mese. Diventavo sempre più aperta nei suoi confronti, facevo in modo che potesse intuire qualcosa e allo stesso tempo negavo tutto.

A capodanno, il 1 gennaio 2012, alle quattro del mattino ero ancora sveglia, ma perché avevo pensieri su pensieri che mi affollavano il cervello.
Presi il cellulare e scrissi ciò che mi passava per la testa, gli dissi che speravo il meglio per lui, che avrei voluto solo vederlo felice.
Lo stavo lasciando andare in certo senso. Gli stavo dicendo che sarebbe stato meglio per entrambi che scegliesse di essere felice, anche se questo avesse significato mettere da parte me.
Ero pronta, credo, a ricevere quella risposta, sarebbe stata la conseguenza più ovvia. Da quella notte aspettai giorno dopo giorno che cedesse, che mollasse il colpo e ricominciasse una vita vera senza di me.

lunedì 25 febbraio 2013

29 luglio 2010


Mentre il dramma si consumava in due piccole cittadine della Brianza, non troppo distanti, una timida luce sembrava brillare in fondo ad un tunnel infinito.

Una sera, mentre ero occupata a fare altro, un suo sms mi ripropose quello che non eravamo riusciti a realizzare nel gennaio dello stesso anno.
Ero semplicemente improponibile. Quasi struccata, coi capelli rovinati dal sole e il mare, una felpa scelta a caso nell’armadio e altri dettagli sconvolgenti che preferirei rimuovere.
Ma stranamente questo abbigliamento che concorreva con le zingare del mercato ai contest “Barbona Chic 2010” non mi preoccupò affatto. Credo dipendesse anche dal mio stato d’animo ancora vagamente sconvolto dalla fine tragica di quella relazione. Erano passati poche settimane.

Accettai e verso le 22 del 29 luglio 2010, all’incrocio che segna l’inizio della mia via, perso e imbarazzato c’era un ragazzo a mio parere altissimo, con una mano stretta nella tasca dei pantaloni, del quale conoscevo a malapena i tratti del volto.
I primi saluti furono imbarazzo puro, ma nonostante tutto cercavo di rimanere (o per lo meno sembrare) il più calma possibile.
Quasi non parlammo fino al parco, il primo posto che mi venne in mente per stare tranquilli e una volta seduti su quella panchina passai cinque minuti buoni con il volto rivolto verso l’alto, fissando le stelle e cercando delle costellazioni.
La situazione era a dir poco gelida.
Parlavamo poco, quasi per niente, c’era evidente imbarazzo e timidezza.
Finché non decise di far leva sul mio punto debole: il solletico. Forse non la scelta migliore, ma comunque fu “qualcosa”. Quando le risate si stavano per trasformare in urla sentii le sue mani stringermi il volto e subito dopo le sue labbra sulle mie.
Avvampai istantaneamente, immobilizzata da quel gesto tra il terrorizzato e l’entusiasta. Questo non rese la situazione meno imbarazzante, ma fu un passo avanti.

Era ormai tardi e mentre mi riaccompagnava a casa mi teneva la mano, sensazione del tutto sconosciuta fino a quel momento.
Arrivati alla sua macchina, presumo preso dal panico, dall’ansia di non sapere cosa dire o fare, mi mostrò nel bagagliaio delle aste dei microfoni. Ancora non sapevo esattamente del suo lavoro, o meglio, non capivo di cosa si occupasse.
Poi prese del nastro isolante nero e iniziò a giocare con un pezzo che aveva staccato. Ne prese un altro pezzetto e lo attaccò alla mia mano, sul palmo, prima di stringermi e sussurrarmi un “Grazie”.
Ancora non so a cosa si riferisse, per cosa mi stesse ringraziando, ma mi fece sorridere e lo strinsi di più prima di salutarlo e rientrare in casa sorridendo.
La prima cosa che feci fu attaccare quel pezzetto di nastro nero sul mio quadernetto lilla e aggiornarlo con il feedback della serata.
Mi sarebbe piaciuto poter conservare i messaggi di quella serata. Più che altro perché non ricordo assolutamente nulla oltre al mio diario.

Quella data, 29 luglio, sarebbe stata destinata a rappresentare qualcosa di importante, in futuro, ma ancora non lo sapevamo.

Piccoli passi - 2007 a 2010


Passarono i giorni, poi le settimane e i mesi. Arrivò la borsa di studio, gli esami di terza media, l’estate dopo gli esami, quella che precedeva l’ingresso al liceo, nella quale ti sentivi sbocciare come una rosa, uscire dal bozzolo, diventare grande. Anche se in realtà avevi comunque 14 anni e sfide ben più grandi davanti a te. Ma al momento chi lo sapeva? E soprattutto: a chi importava?
Con un po’ di paura, qualche stratagemma, piccole bugie, riuscii a dirgli la verità sulla mia età e il mio nome, quello vero, venne fuori grazie a quell’entità pettegola del profilo di MSN messenger.
Iniziavo a sentirmi in colpa, sia nei suoi confronti che in quelli di mia madre. Lei non sapeva nulla di questo ragazzo, non sapeva nulla dei messaggi, le chiamate, il tempo speso su MSN. Si chiedeva perché il mio cellulare avesse preso il vizio di rimanere in silenzioso, perché giaceva nel cassetto del mio comodino e non sopra esso e mille altri piccoli dettagli che erano eccitanti, sapevano di grande segreto tra me e lui, ma in realtà erano solo piccolezze da ragazzina.

Passato il 2007 arrivò il 2008, anno segnato dall’inizio dell’amicizia che fu l’unica e più importante del liceo.
Mentii anche a lei. Era un vizio, un’abitudine, ma dovevo tenere il segreto su di lui in qualche modo. Mi serviva una storia che potesse reggersi in piedi e non rovinarmi del tutto se fosse saltata fuori nel momento sbagliato.
Così lui divenne l’amico di un amico, bastava aggiungere un passaggio e nessuno avrebbe fatto troppe domande.
Con il liceo cominciarono anche i primi dubbi sulla sessualità.
L’essere sempre stata “maschiaccia”, dura, forte e amica di ragazzi cominciò a tramutarsi in un dubbio: “e se fossi..?”. Dubbio che si sarebbe portato dietro conseguenze tragiche in un futuro non troppo lontano.
Nello stesso momento di “crisi”, anche se non è il termine più adatto, si aggiunse l’invio di una foto da parte sua.
Ora, detto sinceramente, non so cosa mi fosse passato per la testa in quel momento. Provai paura, provai angoscia, mi sentii tradita dall’immagine che mi ero fatta mentalmente di lui. Mi rifugiai nella condizione di indecisione che stavo affrontando e decisi che non volevo uomini, che non mi piacevano.
Era, ed è tuttora, vero, in fondo. Non avevo mai provato quella sensazione di “cotta” per un ragazzo, non avevo mai trovato qualcuno “carino” e alle domande tipo “Ma a te, chi ti piace?” ero spietatamente sincera quando rispondevo che non c’era nessun ragazzo che mi interessasse.
Tranne uno, Gabriele. Si, lui in fondo mi era quasi piaciuto, ma decisi che era una persona inutile all’umanità quando capii che si era accorto della mia esistenza (oltre a quella che conosceva come amica) nel momento in cui tolsi l’apparecchio e cambiai taglio di capelli.
Uomini, sono così bambini.

Tornando alla sua foto e alla mia drastica decisione. Ruppi i rapporti per qualche mese, in cui lui faticò ad arrendersi, ma so che non ci diede troppo peso al momento. Forse aveva qualche storia, forse ne ebbe mentre ci stavamo conoscendo. Non lo so, non ho mai chiesto e non so se vorrò saperlo. Le sue relazioni sono rimaste sempre un punto di domanda per me.

Due anni di liceo erano ormai volati, e la terza superiore arrivò assieme alla mia decisione di passare dai capelli nero corvino a un bel rosso fiamma. Una rinascita. Così come nel periodo di indecisione avevo deciso di ridurre la mia lunga chioma corvina a un taglio cortissimo, maschile, da vera lesbian, ora avevo voglia di ricominciare, di essere nuova e migliore.
Volevo ricominciare per lui.
A gennaio del 2010 cominciammo a discutere sul fatto di vederci, incontrarci, uscire  e vedere cosa sarebbe successo se…
Se…
Se non mi fossi incastrata in una relazione difficoltosa, travolgente e che si portò dietro le tragiche conseguenze menzionate prima.
Una persona così egocentrica, egoista, ipocrita, che vedeva solo e solamente il suo punto di vista e della quale ero fermamente convinta di essere innamorata. Convinzione che mi portai dietro fino a luglio 2010, quando, nello stesso letto accanto a lei, al posto di dormire, pensavo a lui, ai suoi messaggi della buonanotte, banali e scontati, ma tanto dolci, ai suoi auguri di compleanno così innaturali, che mi chiamavano “Agnese” invece che “Amore” e soprattutto seguiti da “Sei stata importante.”

“Sei stata importante” è una frase che si dice nel momento in cui finisce una relazione. Quando sai che stai perdendo qualcuno, quando vedi la persona a cui tieni scivolarti tra le dita, quando sai che si sta allontanando da te, ma tu continui a guardarla, sperando che si volti e torni indietro.
Io non avevo intenzione di lasciarlo andare. Non volevo perderlo.
Più volte nel passato avevo provato sensazioni di “cotta” nei suoi confronti.
Fu quella notte, mentre altre braccia erano strette a me, che realizzai che ero innamorata di lui.

L'inizio - 01 Ottobre 2006


Una giornata fredda, all'inizio di ottobre del 2006, forse pioveva, non ricordo bene.
È cominciato tutto per scherzo, per gioco, nel modo più assurdo che potreste mai immaginare, nel modo più pericoloso e sbagliato.
All’inizio, dare il mio numero di cellulare a quello che era un perfetto sconosciuto doveva essere solo un passatempo, un modo per giocare col fuoco, sapendo che era sbagliato e probabilmente pericoloso. Ma quando sei giovane, molto giovane, sei anche stupida, molto stupida, e il pericolo è un concetto relativo, qualcosa che non ti tocca, che in realtà non esiste.
Avevo 13 anni. Avrei compiuto 14 anni il marzo dell’anno seguente. Lui 17 e fu subito sincero con me riguardo l’età. Sottolineo questo fatto perché la mia fu la prima di una (abbastanza) lunga serie di bugie.
Avevo 13 anni ed ero stupida, si, ma abbastanza sveglia da capire che se gli avessi detto la verità sulla mia età si sarebbe reso conto che stava conversando con quella che era poco più di una bambina, la quale portava ancora un simpatico apparecchio coloratissimo ai denti, i capelli lunghi, lisci e castani, piangeva per i cartoni animati e passava i pomeriggi al campetto di basket o a dilettarsi col gioco di ruolo online.
Non fraintendete, ero anche abbastanza carina dopotutto. Simpatica, ironica, sempre pronta ad aiutare e circondata di migliori amici maschi. Ho pure vinto la borsa di studio alla fine della terza media, mica male no?
Ma torniamo a quel pomeriggio.

Una frase mi colpì particolarmente, anche se ripensandoci ora poteva essere tranquillamente una frase usata a “copia & incolla” per qualsiasi altra ragazza avesse potuto incontrare: “Dai, piccola. Non succede niente.”
La nostra storia futura deve tutto a quel soprannome, “piccola”. È il soprannome che viene usato in qualsiasi film, serie tv, libro, fan fiction a lieto fine. È il classico soprannome che ci si affibbia quando si è particolarmente rincitrulliti dall’altra persona. E credo fu quello che mi spinse a cedere e buttarmi, non sapendo cosa avrei trovato, ma mi fidai abbastanza da lasciarlo entrare a piccoli passi nella mia vita.

Solo una persona al mondo, oltre la sottoscritta, sa la verità assoluta su quel pomeriggio e su questa storia e non è quella che fino a poco fa chiamavo migliore amica, ma la persona che allora, che in quel lontano 2006 chiamavo Best Friend. Una sorella praticamente, che non ho mai perso di vista e alla quale sono immensamente felice di essere rimasta legata nonostante il liceo e l’università.
Un grazie enorme e un abbraccio a Dora.

Questo è stato l’inizio di tutto. Quel pomeriggio, quei messaggi, quei primi giorni e le prime chiamate nelle quali evitavo di parlare temendo che dalla mia voce capisse quanto ero più giovane di lui.
Io iniziavo a conoscere Massimo, di 17 anni e lui iniziava a conoscere Debora, di 16 anni. La ragazza che avrei voluto essere.