Erano
passati solo 13 giorni da capodanno, da quel messaggio, e la situazione non
sembrava smuoversi in alcun modo.
Iniziava ad
essere insostenibile, la situazione, iniziava a pesarmi questo cercare in ogni
modo di nascondere cosa in realtà provassi per lui.
Non riuscivo
nemmeno a parlarne senza che la voce tremasse, per questo non ne parlavo a
nessuno.
Piano piano
questo ragazzo che sembrava aver creato solo scompiglio nella mia vita venne
lasciato da parte da tutti, con la convinzione
comune che entrambi ci fossimo rassegnati.
Diventai più
morbida nei modi di fare, i sensi di colpa per tutte le parole orribili che gli
avevo scritto fino a quel momento diventarono insostenibili e mi costrinsero a
fare i conti con i sentimenti che provavo, ma negavo.
Da cattiva
passai a neutrale. Non c’era né rabbia, né tristezza, né felicità nei miei
messaggi, erano semplici risposte.
La
situazione si fece più tranquilla, ma dopo qualche mese le sue richieste
cominciarono di nuovo. Era diverso, però.
Non c’era
insistenza morbosa, c’era determinazione. L’aveva trasformata nella sua
battaglia personale.
Ci credeva
davvero, ma io nonostante tutto non riuscivo a fidarmi del tutto.
Era sparito
per mesi, era scomparso quando mi ero illusa di poter avere qualcosa con lui,
oltre al fatto che abitiamo distanti, che ha un lavoro impegnativo, che non
sarebbe stata né semplice né sempre felice.
Il giorno
del suo compleanno, 13 maggio, ero fuori per pranzo con amici, ma il mio umore
era grigio e piatto come quella giornata.
Sentivo un
vuoto, dentro.
Mancava
qualcosa, mancava un pezzo.
Era il suo
compleanno, ma il suo tono era tutt’altro che allegro e io non riuscivo a
sopportarlo.
Pochi giorni
dopo, iniziò a parlare di una lettera. Una lettera che avrebbe voluto scrivermi
per spiegarmi quello che provava e farmi capire che le sue intenzioni erano
serie questa volta.
Iniziai a
temere il peggio, a temere la mia reazione nel vedere qualcosa scritto di suo
pugno, nel leggere nero su bianco le cose come stavano.
Perché un
conto sono i messaggi al cellulare o in chat, un conto una lettera scritta a
mano. Li non credo si riesca a mentire, lì c’è la scrittura che ti frega.
Quindi
attendevo questa lettera, attendevo il momento della verità.
Il
pomeriggio del 23 maggio 2012, mentre ero sdraiata sul letto ad evidenziare un
paragrafo di storia, suonarono inaspettatamente al citofono. Nessuno arrivava a
quell’ora, erano da poco passate le 14.30 e non aspettavamo nessuno.
Mia madre
borbottava mentre apriva la porta per scendere le scale e percepii un “Secondo
me si sono sbagliati” a cui non diedi importanza. Avevo un’interrogazione con
la professoressa che odiavo di più in assoluto il giorno dopo, nulla aveva
importanza.
Si aprì la
porta di camera mia e mia madre mi allungò un mazzo di fiori.
Non collegai
subito, ma poi ricordai la storia della lettera.
Questo era
ancora più sconvolgente.
Presi i
fiori e tra gigli, rose bianche e gerbere arancioni, quasi non notai il
bigliettino allegato.
Con i fiori
in grembo, un profumo incredibile, aprii tremante il bigliettino.
“A questi fiori avrei voluto affiancare
quella lettera, ma l’ho trovata troppo banale per una persona speciale come te.
Spero che il nostro rapporto sia come un bocciolo di questi fiori. Un giorno
sboccerà e diventerà stupendo!
A presto
Massimo”
Era scritto
a mano, una scrittura piccola, stretta e nervosa.
Era pieno di
speranza, positivo, ottimista. Faceva sembrare quel “rapporto” una conseguenza
naturale e inevitabile. E poi “A presto”, come se fosse convinto che mi avrebbe
riavuta, mi avrebbe rivista da li a poco.
Non sapevo
come reagire e fissai quei fiori per attimi che sembravano eterni.
Nel
frattempo lo aggiornai in chat, dove mi aveva scritto poco dopo e mi disse che
aveva bruciato la lettera. Un gesto piuttosto teatrale, andava bene anche
buttarla.
In silenzio
sistemai i fiori in un vaso d’acqua e invece di lasciarli in sala da pranzo li
portai in camera mia, sistemandoli sulla mia scrivania. Il profumo mi calmava.
Tornai con
un sospiro ai miei appunti di storia, ma senza concentrarmi.
Sorrisi e
scossi la testa.
Quel gesto
così semplice, teatrale, romantico e per nulla scontato mi arrivò dritto al
cuore e mi fece sentire davvero bene. Sentii
che c’era del vero, qualcosa di profondo in tutto quello che stava facendo.
Quel ragazzo
non finiva mai di stupirmi.
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