La nostra è una storia lunga, complessa, intricata, con molti personaggi, a volte quasi un romanzo.

Difficile, ma bellissima.

Per questo io non mi arrendo.

venerdì 1 marzo 2013

Boccioli - 2012


Erano passati solo 13 giorni da capodanno, da quel messaggio, e la situazione non sembrava smuoversi in alcun modo.
Iniziava ad essere insostenibile, la situazione, iniziava a pesarmi questo cercare in ogni modo di nascondere cosa in realtà provassi per lui.
Non riuscivo nemmeno a parlarne senza che la voce tremasse, per questo non ne parlavo a nessuno.
Piano piano questo ragazzo che sembrava aver creato solo scompiglio nella mia vita venne lasciato da parte da tutti, con la convinzione  comune che entrambi ci fossimo rassegnati.

Diventai più morbida nei modi di fare, i sensi di colpa per tutte le parole orribili che gli avevo scritto fino a quel momento diventarono insostenibili e mi costrinsero a fare i conti con i sentimenti che provavo, ma negavo.
Da cattiva passai a neutrale. Non c’era né rabbia, né tristezza, né felicità nei miei messaggi, erano semplici risposte.
La situazione si fece più tranquilla, ma dopo qualche mese le sue richieste cominciarono di nuovo. Era diverso, però.
Non c’era insistenza morbosa, c’era determinazione. L’aveva trasformata nella sua battaglia personale.
Ci credeva davvero, ma io nonostante tutto non riuscivo a fidarmi del tutto.
Era sparito per mesi, era scomparso quando mi ero illusa di poter avere qualcosa con lui, oltre al fatto che abitiamo distanti, che ha un lavoro impegnativo, che non sarebbe stata né semplice né sempre felice.

Il giorno del suo compleanno, 13 maggio, ero fuori per pranzo con amici, ma il mio umore era grigio e piatto come quella giornata.
Sentivo un vuoto, dentro.
Mancava qualcosa, mancava un pezzo.
Era il suo compleanno, ma il suo tono era tutt’altro che allegro e io non riuscivo a sopportarlo.
Pochi giorni dopo, iniziò a parlare di una lettera. Una lettera che avrebbe voluto scrivermi per spiegarmi quello che provava e farmi capire che le sue intenzioni erano serie questa volta.
Iniziai a temere il peggio, a temere la mia reazione nel vedere qualcosa scritto di suo pugno, nel leggere nero su bianco le cose come stavano.
Perché un conto sono i messaggi al cellulare o in chat, un conto una lettera scritta a mano. Li non credo si riesca a mentire, lì c’è la scrittura che ti frega.
Quindi attendevo questa lettera, attendevo il momento della verità.

Il pomeriggio del 23 maggio 2012, mentre ero sdraiata sul letto ad evidenziare un paragrafo di storia, suonarono inaspettatamente al citofono. Nessuno arrivava a quell’ora, erano da poco passate le 14.30 e non aspettavamo nessuno.
Mia madre borbottava mentre apriva la porta per scendere le scale e percepii un “Secondo me si sono sbagliati” a cui non diedi importanza. Avevo un’interrogazione con la professoressa che odiavo di più in assoluto il giorno dopo, nulla aveva importanza.
Si aprì la porta di camera mia e mia madre mi allungò un mazzo di fiori.
Non collegai subito, ma poi ricordai la storia della lettera.
Questo era ancora più sconvolgente.
Presi i fiori e tra gigli, rose bianche e gerbere arancioni, quasi non notai il bigliettino allegato.
Con i fiori in grembo, un profumo incredibile, aprii tremante il bigliettino.

A questi fiori avrei voluto affiancare quella lettera, ma l’ho trovata troppo banale per una persona speciale come te. Spero che il nostro rapporto sia come un bocciolo di questi fiori. Un giorno sboccerà e diventerà stupendo!
A presto
Massimo

Era scritto a mano, una scrittura piccola, stretta e nervosa.
Era pieno di speranza, positivo, ottimista. Faceva sembrare quel “rapporto” una conseguenza naturale e inevitabile. E poi “A presto”, come se fosse convinto che mi avrebbe riavuta, mi avrebbe rivista da li a poco.
Non sapevo come reagire e fissai quei fiori per attimi che sembravano eterni.
Nel frattempo lo aggiornai in chat, dove mi aveva scritto poco dopo e mi disse che aveva bruciato la lettera. Un gesto piuttosto teatrale, andava bene anche buttarla.
In silenzio sistemai i fiori in un vaso d’acqua e invece di lasciarli in sala da pranzo li portai in camera mia, sistemandoli sulla mia scrivania. Il profumo mi calmava.
Tornai con un sospiro ai miei appunti di storia, ma senza concentrarmi.
Sorrisi e scossi la testa.
Quel gesto così semplice, teatrale, romantico e per nulla scontato mi arrivò dritto al cuore  e mi fece sentire davvero bene. Sentii che c’era del vero, qualcosa di profondo in tutto quello che stava facendo.
Quel ragazzo non finiva mai di stupirmi.

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