La biologia
ci insegna che, nei primi mesi di una relazione, l’innamoramento folle serve a non notare i
difetti del partner ideale, per non compromettere un futuro accoppiamento che
produrrebbe individui sani e adatti alla sopravvivenza.
E porca
puttana se ha ragione.
I difetti
non esistevano affatto i primi mesi. Era il ragazzo perfetto, il ragazzo dei
sogni, il suo mondo girava attorno a me e il mio attorno a lui.
Ma l’estate
finiva, portandosi via le belle giornate, le serate assieme, il buon umore e il
tempo libero.
Iniziava a
subentrare il lavoro, quello tosto che lo impegna per ore, per giorni,
spezzando quell’equilibrio surreale che aveva fatto sembrare tutto una favola.
Aumentava
anche il sentimento, rendendo la distanza e l’assenza di tempo sempre più
insostenibile.
I crolli c’erano,
ma erano sfoghi per lo più, erano “mi manchi” nostalgici, che si risolvevano
nel giro di due giorni, quando di nuovo eravamo abbracciati.
Comparivano
i primi difetti mentre spariva l’entusiasmo iniziale. Ora facevamo i conti con
le cose serie, spesso bisognava chiedersi se ne valesse davvero la pena.
O almeno, io
me lo chiedevo spesso.
I primi mesi
ero assolutamente convinta che ne valesse la pena a qualsiasi costo, che non ci
fosse nient’altro che potesse influenzarmi come lui. Mi lasciavo convincere
dalle sue parole, credevo alle sue promesse, attendevo fiduciosa che prendesse
l’iniziativa e creasse tutte le situazioni che avevamo immaginato.
Dovetti
abituarmi in fretta a non ascoltare più nulla, a non illudermi.
Ora che
avevo iniziato a credere di avere anche io diritto a sogni e illusioni, mi
trovavo a sbattere ripetutamente la faccia sul pavimento, schiantata in più
occasioni dal destino che non permetteva il verificarsi di nessun progetto.
Incolpare il
destino però non aiutava affatto. Il più delle volte vedevo solo un’assenza di
spinta da parte sua. Non mi sentivo mai messa al primo posto, come giurava lui,
mi vedevo sempre soppiantare da altre questioni, come il lavoro.
Tuttora mi
sento minacciata da questa tremenda entità, che unita alla distanza mi riporta
costantemente al 2010, quando sparì senza motivo, quando smise di interessarsi
a qualsiasi cosa che non riguardasse il lavoro.
Non riesco a
liberarmi da questa sensazione tremenda di essere meno importante del lavoro e
del suo collega / migliore amico / diosolosacosa. Non riesco a mettermi in
testa quello che mi promette e sussurra piangendo, non riesco a credere di
avere quell’importanza che dice lui.
E così
andiamo avanti a litigare, ad ammazzarci verbalmente, a piangere, a stare male.
Sono in queste occasioni in cui penso seriamente che non ne vale affatto la
pena.
Non è mai
stata una relazione facile e sapevamo che non lo sarebbe stata, ma non ci è
importato a luglio. Ora ne paghiamo le conseguenze, ora stiamo facendo i conti
con tutto quello che ci si mette contro: distanza, lavoro, mancanza di fiducia,
difficoltà di comprensione e mille altre cose.
In tutta
questa storia tragica, assurda e tormentata un’altra delle sue promesse, forse
la più assurda e bella, la più impossibile da realizzare, quella a cui credo
meno in assoluto, ha rischiato di mandare tutto a quel paese alla fine di
gennaio 2013. In un periodo di insicurezza, paura, mancanza di amici e problemi
in casa aveva lanciato la bomba del “voglio lavorare assieme a te”.
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