Passarono i giorni,
poi le settimane e i mesi. Arrivò la borsa di studio, gli esami di terza media,
l’estate dopo gli esami, quella che precedeva l’ingresso al liceo, nella quale
ti sentivi sbocciare come una rosa, uscire dal bozzolo, diventare grande. Anche
se in realtà avevi comunque 14 anni e sfide ben più grandi davanti a te. Ma al
momento chi lo sapeva? E soprattutto: a chi importava?
Con un po’
di paura, qualche stratagemma, piccole bugie, riuscii a dirgli la verità sulla
mia età e il mio nome, quello vero, venne fuori grazie a quell’entità pettegola
del profilo di MSN messenger.
Iniziavo a
sentirmi in colpa, sia nei suoi confronti che in quelli di mia madre. Lei non
sapeva nulla di questo ragazzo, non sapeva nulla dei messaggi, le chiamate, il
tempo speso su MSN. Si chiedeva perché il mio cellulare avesse preso il vizio
di rimanere in silenzioso, perché giaceva nel cassetto del mio comodino e non
sopra esso e mille altri piccoli dettagli che erano eccitanti, sapevano di
grande segreto tra me e lui, ma in realtà erano solo piccolezze da ragazzina.
Passato il
2007 arrivò il 2008, anno segnato dall’inizio dell’amicizia che fu l’unica e
più importante del liceo.
Mentii anche
a lei. Era un vizio, un’abitudine, ma dovevo tenere il segreto su di lui in
qualche modo. Mi serviva una storia che potesse reggersi in piedi e non
rovinarmi del tutto se fosse saltata fuori nel momento sbagliato.
Così lui
divenne l’amico di un amico, bastava aggiungere un passaggio e nessuno avrebbe
fatto troppe domande.
Con il liceo
cominciarono anche i primi dubbi sulla sessualità.
L’essere
sempre stata “maschiaccia”, dura, forte e amica di ragazzi cominciò a
tramutarsi in un dubbio: “e se fossi..?”. Dubbio che si sarebbe portato dietro
conseguenze tragiche in un futuro non troppo lontano.
Nello stesso
momento di “crisi”, anche se non è il termine più adatto, si aggiunse l’invio
di una foto da parte sua.
Ora, detto
sinceramente, non so cosa mi fosse passato per la testa in quel momento. Provai
paura, provai angoscia, mi sentii tradita dall’immagine che mi ero fatta
mentalmente di lui. Mi rifugiai nella condizione di indecisione che stavo
affrontando e decisi che non volevo uomini, che non mi piacevano.
Era, ed è
tuttora, vero, in fondo. Non avevo mai provato quella sensazione di “cotta” per
un ragazzo, non avevo mai trovato qualcuno “carino” e alle domande tipo “Ma a
te, chi ti piace?” ero spietatamente sincera quando rispondevo che non c’era
nessun ragazzo che mi interessasse.
Tranne uno,
Gabriele. Si, lui in fondo mi era quasi piaciuto, ma decisi che era una persona
inutile all’umanità quando capii che si era accorto della mia esistenza (oltre
a quella che conosceva come amica) nel momento in cui tolsi l’apparecchio e
cambiai taglio di capelli.
Uomini, sono così bambini.
Tornando
alla sua foto e alla mia drastica decisione. Ruppi i rapporti per qualche mese,
in cui lui faticò ad arrendersi, ma so che non ci diede troppo peso al momento.
Forse aveva qualche storia, forse ne ebbe mentre ci stavamo conoscendo. Non lo
so, non ho mai chiesto e non so se vorrò saperlo. Le sue relazioni sono rimaste
sempre un punto di domanda per me.
Due anni di
liceo erano ormai volati, e la terza superiore arrivò assieme alla mia
decisione di passare dai capelli nero corvino a un bel rosso fiamma. Una
rinascita. Così come nel periodo di indecisione avevo deciso di ridurre la mia
lunga chioma corvina a un taglio cortissimo, maschile, da vera lesbian, ora
avevo voglia di ricominciare, di essere nuova e migliore.
Volevo
ricominciare per lui.
A gennaio
del 2010 cominciammo a discutere sul fatto di vederci, incontrarci, uscire e vedere cosa sarebbe successo se…
Se…
Se non mi
fossi incastrata in una relazione difficoltosa, travolgente e che si portò
dietro le tragiche conseguenze menzionate prima.
Una persona
così egocentrica, egoista, ipocrita, che vedeva solo e solamente il suo punto
di vista e della quale ero fermamente convinta di essere innamorata.
Convinzione che mi portai dietro fino a luglio 2010, quando, nello stesso letto
accanto a lei, al posto di dormire, pensavo a lui, ai suoi messaggi della
buonanotte, banali e scontati, ma tanto dolci, ai suoi auguri di compleanno
così innaturali, che mi chiamavano “Agnese” invece che “Amore” e soprattutto
seguiti da “Sei stata importante.”
“Sei stata
importante” è una frase che si dice nel momento in cui finisce una relazione.
Quando sai che stai perdendo qualcuno, quando vedi la persona a cui tieni
scivolarti tra le dita, quando sai che si sta allontanando da te, ma tu
continui a guardarla, sperando che si volti e torni indietro.
Io non avevo
intenzione di lasciarlo andare. Non volevo perderlo.
Più volte
nel passato avevo provato sensazioni di “cotta” nei suoi confronti.
Fu quella
notte, mentre altre braccia erano strette a me, che realizzai che ero innamorata
di lui.
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