La nostra è una storia lunga, complessa, intricata, con molti personaggi, a volte quasi un romanzo.

Difficile, ma bellissima.

Per questo io non mi arrendo.

lunedì 25 febbraio 2013

Piccoli passi - 2007 a 2010


Passarono i giorni, poi le settimane e i mesi. Arrivò la borsa di studio, gli esami di terza media, l’estate dopo gli esami, quella che precedeva l’ingresso al liceo, nella quale ti sentivi sbocciare come una rosa, uscire dal bozzolo, diventare grande. Anche se in realtà avevi comunque 14 anni e sfide ben più grandi davanti a te. Ma al momento chi lo sapeva? E soprattutto: a chi importava?
Con un po’ di paura, qualche stratagemma, piccole bugie, riuscii a dirgli la verità sulla mia età e il mio nome, quello vero, venne fuori grazie a quell’entità pettegola del profilo di MSN messenger.
Iniziavo a sentirmi in colpa, sia nei suoi confronti che in quelli di mia madre. Lei non sapeva nulla di questo ragazzo, non sapeva nulla dei messaggi, le chiamate, il tempo speso su MSN. Si chiedeva perché il mio cellulare avesse preso il vizio di rimanere in silenzioso, perché giaceva nel cassetto del mio comodino e non sopra esso e mille altri piccoli dettagli che erano eccitanti, sapevano di grande segreto tra me e lui, ma in realtà erano solo piccolezze da ragazzina.

Passato il 2007 arrivò il 2008, anno segnato dall’inizio dell’amicizia che fu l’unica e più importante del liceo.
Mentii anche a lei. Era un vizio, un’abitudine, ma dovevo tenere il segreto su di lui in qualche modo. Mi serviva una storia che potesse reggersi in piedi e non rovinarmi del tutto se fosse saltata fuori nel momento sbagliato.
Così lui divenne l’amico di un amico, bastava aggiungere un passaggio e nessuno avrebbe fatto troppe domande.
Con il liceo cominciarono anche i primi dubbi sulla sessualità.
L’essere sempre stata “maschiaccia”, dura, forte e amica di ragazzi cominciò a tramutarsi in un dubbio: “e se fossi..?”. Dubbio che si sarebbe portato dietro conseguenze tragiche in un futuro non troppo lontano.
Nello stesso momento di “crisi”, anche se non è il termine più adatto, si aggiunse l’invio di una foto da parte sua.
Ora, detto sinceramente, non so cosa mi fosse passato per la testa in quel momento. Provai paura, provai angoscia, mi sentii tradita dall’immagine che mi ero fatta mentalmente di lui. Mi rifugiai nella condizione di indecisione che stavo affrontando e decisi che non volevo uomini, che non mi piacevano.
Era, ed è tuttora, vero, in fondo. Non avevo mai provato quella sensazione di “cotta” per un ragazzo, non avevo mai trovato qualcuno “carino” e alle domande tipo “Ma a te, chi ti piace?” ero spietatamente sincera quando rispondevo che non c’era nessun ragazzo che mi interessasse.
Tranne uno, Gabriele. Si, lui in fondo mi era quasi piaciuto, ma decisi che era una persona inutile all’umanità quando capii che si era accorto della mia esistenza (oltre a quella che conosceva come amica) nel momento in cui tolsi l’apparecchio e cambiai taglio di capelli.
Uomini, sono così bambini.

Tornando alla sua foto e alla mia drastica decisione. Ruppi i rapporti per qualche mese, in cui lui faticò ad arrendersi, ma so che non ci diede troppo peso al momento. Forse aveva qualche storia, forse ne ebbe mentre ci stavamo conoscendo. Non lo so, non ho mai chiesto e non so se vorrò saperlo. Le sue relazioni sono rimaste sempre un punto di domanda per me.

Due anni di liceo erano ormai volati, e la terza superiore arrivò assieme alla mia decisione di passare dai capelli nero corvino a un bel rosso fiamma. Una rinascita. Così come nel periodo di indecisione avevo deciso di ridurre la mia lunga chioma corvina a un taglio cortissimo, maschile, da vera lesbian, ora avevo voglia di ricominciare, di essere nuova e migliore.
Volevo ricominciare per lui.
A gennaio del 2010 cominciammo a discutere sul fatto di vederci, incontrarci, uscire  e vedere cosa sarebbe successo se…
Se…
Se non mi fossi incastrata in una relazione difficoltosa, travolgente e che si portò dietro le tragiche conseguenze menzionate prima.
Una persona così egocentrica, egoista, ipocrita, che vedeva solo e solamente il suo punto di vista e della quale ero fermamente convinta di essere innamorata. Convinzione che mi portai dietro fino a luglio 2010, quando, nello stesso letto accanto a lei, al posto di dormire, pensavo a lui, ai suoi messaggi della buonanotte, banali e scontati, ma tanto dolci, ai suoi auguri di compleanno così innaturali, che mi chiamavano “Agnese” invece che “Amore” e soprattutto seguiti da “Sei stata importante.”

“Sei stata importante” è una frase che si dice nel momento in cui finisce una relazione. Quando sai che stai perdendo qualcuno, quando vedi la persona a cui tieni scivolarti tra le dita, quando sai che si sta allontanando da te, ma tu continui a guardarla, sperando che si volti e torni indietro.
Io non avevo intenzione di lasciarlo andare. Non volevo perderlo.
Più volte nel passato avevo provato sensazioni di “cotta” nei suoi confronti.
Fu quella notte, mentre altre braccia erano strette a me, che realizzai che ero innamorata di lui.

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