La nostra è una storia lunga, complessa, intricata, con molti personaggi, a volte quasi un romanzo.

Difficile, ma bellissima.

Per questo io non mi arrendo.

lunedì 25 febbraio 2013

29 luglio 2010


Mentre il dramma si consumava in due piccole cittadine della Brianza, non troppo distanti, una timida luce sembrava brillare in fondo ad un tunnel infinito.

Una sera, mentre ero occupata a fare altro, un suo sms mi ripropose quello che non eravamo riusciti a realizzare nel gennaio dello stesso anno.
Ero semplicemente improponibile. Quasi struccata, coi capelli rovinati dal sole e il mare, una felpa scelta a caso nell’armadio e altri dettagli sconvolgenti che preferirei rimuovere.
Ma stranamente questo abbigliamento che concorreva con le zingare del mercato ai contest “Barbona Chic 2010” non mi preoccupò affatto. Credo dipendesse anche dal mio stato d’animo ancora vagamente sconvolto dalla fine tragica di quella relazione. Erano passati poche settimane.

Accettai e verso le 22 del 29 luglio 2010, all’incrocio che segna l’inizio della mia via, perso e imbarazzato c’era un ragazzo a mio parere altissimo, con una mano stretta nella tasca dei pantaloni, del quale conoscevo a malapena i tratti del volto.
I primi saluti furono imbarazzo puro, ma nonostante tutto cercavo di rimanere (o per lo meno sembrare) il più calma possibile.
Quasi non parlammo fino al parco, il primo posto che mi venne in mente per stare tranquilli e una volta seduti su quella panchina passai cinque minuti buoni con il volto rivolto verso l’alto, fissando le stelle e cercando delle costellazioni.
La situazione era a dir poco gelida.
Parlavamo poco, quasi per niente, c’era evidente imbarazzo e timidezza.
Finché non decise di far leva sul mio punto debole: il solletico. Forse non la scelta migliore, ma comunque fu “qualcosa”. Quando le risate si stavano per trasformare in urla sentii le sue mani stringermi il volto e subito dopo le sue labbra sulle mie.
Avvampai istantaneamente, immobilizzata da quel gesto tra il terrorizzato e l’entusiasta. Questo non rese la situazione meno imbarazzante, ma fu un passo avanti.

Era ormai tardi e mentre mi riaccompagnava a casa mi teneva la mano, sensazione del tutto sconosciuta fino a quel momento.
Arrivati alla sua macchina, presumo preso dal panico, dall’ansia di non sapere cosa dire o fare, mi mostrò nel bagagliaio delle aste dei microfoni. Ancora non sapevo esattamente del suo lavoro, o meglio, non capivo di cosa si occupasse.
Poi prese del nastro isolante nero e iniziò a giocare con un pezzo che aveva staccato. Ne prese un altro pezzetto e lo attaccò alla mia mano, sul palmo, prima di stringermi e sussurrarmi un “Grazie”.
Ancora non so a cosa si riferisse, per cosa mi stesse ringraziando, ma mi fece sorridere e lo strinsi di più prima di salutarlo e rientrare in casa sorridendo.
La prima cosa che feci fu attaccare quel pezzetto di nastro nero sul mio quadernetto lilla e aggiornarlo con il feedback della serata.
Mi sarebbe piaciuto poter conservare i messaggi di quella serata. Più che altro perché non ricordo assolutamente nulla oltre al mio diario.

Quella data, 29 luglio, sarebbe stata destinata a rappresentare qualcosa di importante, in futuro, ma ancora non lo sapevamo.

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