Mentre il
dramma si consumava in due piccole cittadine della Brianza, non troppo
distanti, una timida luce sembrava brillare in fondo ad un tunnel infinito.
Una sera,
mentre ero occupata a fare altro, un suo sms mi ripropose quello che non
eravamo riusciti a realizzare nel gennaio dello stesso anno.
Ero
semplicemente improponibile. Quasi struccata, coi capelli rovinati dal sole e
il mare, una felpa scelta a caso nell’armadio e altri dettagli sconvolgenti che
preferirei rimuovere.
Ma
stranamente questo abbigliamento che concorreva con le zingare del mercato ai
contest “Barbona Chic 2010” non mi preoccupò affatto. Credo dipendesse anche
dal mio stato d’animo ancora vagamente sconvolto dalla fine tragica di quella relazione.
Erano passati poche settimane.
Accettai e
verso le 22 del 29 luglio 2010, all’incrocio che segna l’inizio della mia via,
perso e imbarazzato c’era un ragazzo a mio parere altissimo, con una mano
stretta nella tasca dei pantaloni, del quale conoscevo a malapena i tratti del
volto.
I primi
saluti furono imbarazzo puro, ma nonostante tutto cercavo di rimanere (o per lo
meno sembrare) il più calma possibile.
Quasi non
parlammo fino al parco, il primo posto che mi venne in mente per stare
tranquilli e una volta seduti su quella panchina passai cinque minuti buoni con
il volto rivolto verso l’alto, fissando le stelle e cercando delle costellazioni.
La
situazione era a dir poco gelida.
Parlavamo
poco, quasi per niente, c’era evidente imbarazzo e timidezza.
Finché non
decise di far leva sul mio punto debole: il solletico. Forse non la scelta
migliore, ma comunque fu “qualcosa”. Quando le risate si stavano per
trasformare in urla sentii le sue mani stringermi il volto e subito dopo le sue
labbra sulle mie.
Avvampai
istantaneamente, immobilizzata da quel gesto tra il terrorizzato e l’entusiasta.
Questo non rese la situazione meno imbarazzante, ma fu un passo avanti.
Era ormai
tardi e mentre mi riaccompagnava a casa mi teneva la mano, sensazione del tutto
sconosciuta fino a quel momento.
Arrivati
alla sua macchina, presumo preso dal panico, dall’ansia di non sapere cosa dire
o fare, mi mostrò nel bagagliaio delle aste dei microfoni. Ancora non sapevo
esattamente del suo lavoro, o meglio, non capivo di cosa si occupasse.
Poi prese
del nastro isolante nero e iniziò a giocare con un pezzo che aveva staccato. Ne
prese un altro pezzetto e lo attaccò alla mia mano, sul palmo, prima di
stringermi e sussurrarmi un “Grazie”.
Ancora non
so a cosa si riferisse, per cosa mi stesse ringraziando, ma mi fece sorridere e
lo strinsi di più prima di salutarlo e rientrare in casa sorridendo.
La prima
cosa che feci fu attaccare quel pezzetto di nastro nero sul mio quadernetto
lilla e aggiornarlo con il feedback della serata.
Mi sarebbe
piaciuto poter conservare i messaggi di quella serata. Più che altro perché non
ricordo assolutamente nulla oltre al mio diario.
Quella data,
29 luglio, sarebbe stata destinata a rappresentare qualcosa di importante, in
futuro, ma ancora non lo sapevamo.
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