La nostra è una storia lunga, complessa, intricata, con molti personaggi, a volte quasi un romanzo.

Difficile, ma bellissima.

Per questo io non mi arrendo.

lunedì 4 marzo 2013

Una carezza in un pugno - 29 luglio 2012


Maggio e Giugno passarono, lasciando i loro segni su di me, dentro di me.
All’esame di maturità si aggiunse anche l’esame pratico della patente, al quale ero già stata bocciata qualche mese prima, evento che mi aveva sconvolta oltre ogni aspettativa.
La seconda volta andò bene per fortuna, così come l’esame di maturità (beh, si fa per dire, odio ancora quel maledetto numero che sarebbe il voto finale), ma il mio stomaco ne uscì sconfitto.
L’ansia e il nervosismo, in due mesi, l’avevano ridotto a uno strato sottile di tessuto che non ne voleva sapere di tenere giù quasi nulla.
Il mio fisico ringraziava, ma ancora oggi mi conviene star lontana da bevande gassate o cibi a rischio allergia.
Passava anche luglio, troppo velocemente, così velocemente che non ci accorgemmo che si stava avvicinando la fatidica data.

Iniziai ad aprirmi all’idea di vedersi, la cosa mi creava non poca ansia, ma mi stavo convincendo che avrei voluto provarci.
Volevo ritrovare il coraggio che avevo avuto qualche anno prima, volevo essere finalmente felice. Mi rimbombava nella testa una frase letta al liceo, durante letteratura inglese:
“He would give her life, perhaps love, too. But she wanted to live. Why should she be unhappy? She had a right to happiness.
Era un pezzo tratto da Eveline, di Joyce. Durante quei mesi al liceo leggevo quella frase e non potevo fare a meno di pensare a quanto rispecchiasse la mia situazione. Era lui, lui poteva rendermi felice. E io avevo uno stramaledetto diritto alla felicità che mi stavo negando per non ferire nessuno.

Il 24 luglio, un pomeriggio di quelli caldi da morire, affrontavo la questione imminente con lui in chat. Si parlava di vedersi, della data che sarebbe stata significativa, della mia paura e di tutte quelle cose che mi bloccavano.
Mi rassicurava, mi diceva che avrebbe voluto dirmi quello che provava guardandomi negli occhi. Non sapevo cosa rispondere.
E da una risposta, trasse un romanzo, una dichiarazione, un testo lungo, sincero ed emozionato forse, in cui si metteva a nudo.

“[…] Ma io son sicuro fino in fondo di volere te.
Di vivere con te e per te e non cambierò mai idea.. A meno che tu mi dica che non ne vuoi sapere, ma se siamo arrivati fin qui... Non penso accadrà.

Ormai l'ho preso come un desiderio personale e farò di tutto affinché tu riesca a credere più in te, tu vali tanto e tu mi piaci tanto, esattamente per come sei ora, non per come vorrei che tu sia.
E sicuramente non solo per i tuoi capelli rossi, ma anche per il tuo carattere e i tuoi modi di fare.
Sei diversa dalle altre ragazze ma mi piaci esattamente tu cosi come sei, solo tu riesci a farmi sognare ogni notte e a farmi pensare a te sempre, al voler scriverti e sentirti in ogni momento.

In ogni momento difficile penso a te e mi dai la forza di andare avanti con la speranza di vederti, forse un giorno.
In ogni momento soddisfacente ringrazio te che mi hai dato la forza e la voglia di fare quelle cose.
La mia vita senza di te sarebbe davvero vuota e non lo dico perché fa figo dirlo, ma perché è davvero così, altrimenti non ti romperei ogni 2 minuti con i miei messaggini del cazzo, non ti scriverei su fb appena ti vedo online e non ti chiederei ogni 2 minuti di vederci.

Io voglio esattamente te Agne..
Tu sei una delle cose più belle che io abbia mai avuto nella mia vita e ora che ti ho trovata
spero ti farti entrare sempre di più e spero di non perderti mai più.
Tu sei tutto per me...
Sei più importante dell'aria che respiro.. Sei tutto ciò che ho sempre desiderato e già non mi sembra vero di essere arrivati fin qua.

Io vorrei stare con te non solo perché voglio star bene io egoisticamente parlando, ma perché vorrei star bene insieme a te..

Vorrei che io e te stessimo bene insieme
Vorrei che NOI stessimo bene insieme.”

Non sapevo più cosa rispondere. Faceva ancora più paura.
Sapevo che se questo era ciò che provava, sarebbe stato ancora più difficile sentire tutto a voce.
Il mio stomaco tornò a contorcersi e dimenarsi come un cavallo impazzito e non mi diede tregua fino alla sera del 29 luglio.

In un’ora vomitai l’anima tre volte.
Non avevo più nulla dentro, non avevo più niente per cui stare male, ma il mio stomaco persisteva a voler buttare fuori qualcosa.
Tremavo, non ragionavo, ero terrorizzata e nel panico più totale.
Lentamente, facendo durare ogni gesto un’eternità, mi truccai e scelsi i vestiti.
Indossai un abito leggero, blu. Sapevo che era il suo colore preferito. L’avevo comprato apposta per quello.
Mi scrisse che era arrivato, ma ero troppo agitata per scendere subito e così rimasi dieci minuti seduta a cercare di ricordarmi degli esercizi di respirazione.
Non ero calma, ma almeno mi reggevo in piedi, quando scesi le scale.
Camminai verso di lui a testa bassa, mordendomi il labbro, con il cuore che martellava nel petto e lo stomaco che dava nuovi segni di ricaduta.
Mi salutò e mi passò una mano attorno alla vita, come per abbracciarmi, ma mi sentii soffocare e lo spostai, aggrappandomi alla ringhiera di una casa vicina per evitare il collasso.
Quel profumo, l’aveva ancora addosso.

Fino al parco parlò solo lui, mi limitavo a rispondere con “si” o “no” onde evitare uno scoppio di pianto isterico.
Ci sedemmo su una panchina, mi stava vicino, troppo vicino per i miei gusti.
Non riuscivo a sopportare la sua presenza addosso, avevo in corpo rabbia e ansia e quel contatto mi rendeva nervosa, come se fosse qualcosa di assolutamente sbagliato.
Mi parlava, ma quasi non lo sentivo e quando cercò di baciarmi sibilai con una cattiveria che non pensavo avrei sfoderato “Avevi detto che non sarebbe stato come due anni fa.”. Si allontanò, forse ferito, forse spaventato all’idea di aver rovinato tutto.

Dopo un attimo di silenzio la sua mano prese la mia e sentii le stesse parole che leggevo, arrivare direttamente da lui, dalla sua voce bassa e rassicurante, che tremava un po’, ma che pian piano si fece ferma e decisa.
Mi chiese di guardarlo negli occhi, cosa che non faccio mai con nessuno.
Alzai lo sguardo fino alle sue labbra, di più non riuscivo.
Mi sussurrò un “Ehi..” e azzardai un contatto visivo di qualche secondo.
Non avevo mai visto uno sguardo così a nessuno. Così preso, così… Innamorato?
Arrossii e tornai alle sue labbra, che piano si avvicinarono alle mie.
Gli permisi di baciarmi. Lo baciai io, lo volevo, inutile negare.
Ero fredda, ero distaccata, ma quel bacio mi fece contorcere ancora una volta lo stomaco e stavolta era piacevole.

Prima di tornare a casa, ancora davanti alla panchina del parco, tenendomi per una mano mi fece avvicinare e mi abbracciò.
Mi tuffai in quell’abbraccio, mi ci nascosi, volevo fondermi in quell’abbraccio e rimanerci. C’era pace, c’era calma.
Era un abbraccio vero, un abbraccio che avevo avuto solo in sogno fino a quella sera. Ovviamente, da lui.
Tornai a casa più tranquilla, senza ansia, con una strana pace interiore che non sentivo da tempo.
Questa era la volta buona. Questa volta eravamo pronti entrambi.
Sul cancello di casa mi salutò con un bacio al quale risposi con un pugno leggero sulla spalla. Lui rise, ma non credo abbia mai collegato quel gesto ad una conversazione che avevamo avuto all’inizio del mese, nella quale mi proponeva un bacio per ogni scatolone che mi avesse aiutato a portare durante il cambio della mia camera. Gli avevo risposto che si sarebbe beccato dei pugni in realtà.
Era una sciocchezza, qualcosa che solo io potevo sapere. Ma mi venne naturale, così come quel sorriso che mi accompagnò fino al momento in cui mi addormentai.

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