I primi mesi
erano belli anche se facevano paura, avevo un filo d’ansia ogni volta che
dovevamo vederci, ero emozionata in modo esagerato, un filo impacciata e
timida, avevo paura ad essere me stessa, a lasciarmi andare.
Ero
felicissima, nulla poteva toccarmi, ma avevo come la sensazione di innamorarmi di
uno sconosciuto e questo faceva paura.
Lui si
apriva poco alla volta con me, mi raccontava del lavoro, gli amici e tutti quei
dettagli personali che raramente ci eravamo scambiati.
La relazione
si evolveva sul lato sentimentale e inevitabilmente su quello fisico.
Non cercavamo
più solo gli abbracci e i baci, ma entrambi volevamo sentire davvero, di più l’altro.
Era un’esigenza
fisica starsi addosso nonostante il caldo, stringersi fino a farsi quasi male,
spingersi oltre le semplici carezze da innamorati.
Dopo un mese
di relazione ci fu la prima volta a casa sua.
Eravamo soli,
era un pomeriggio caldissimo di agosto e io dovevo fare i conti per la prima
volta con il mio corpo.
Odiavo l’idea
di finire troppo svestita, odiavo il mio corpo e odiavo l’idea di poter fare
brutta figura con lui, che insisteva a dire che gli piacevo davvero, che anche
il mio fisico era bello per lui. Ovviamente non riuscivo a crederci.
L’emozione
era tanta, la paura anche, ma come mi baciava e come mi stringeva mi faceva
sentire bene, mi faceva dimenticare l’odio che provavo verso me stessa. E per
la prima volta nella mia vita, mi sfilai l’abito di mia spontanea volontà,
lasciandolo zitto per un momento.
Associai
quel silenzio al ribrezzo e me ne pentii, ma subito dopo mi sorrise e mi
strinse di più a sé, affondando il suo volto nel mio collo e mettendo da parte
le mie paranoie per un momento. Ma contrariamente a quello che si può pensare,
non bruciammo tutte le tappe quel pomeriggio, perché lui voleva davvero
aspettare che io mi sentissi davvero sicura di superare quella tappa con lui. E
aspettò altri mesi, prima che succedesse, senza mettermi fretta.
Fu il
pomeriggio in cui mi guardò negli occhi e rivelò di amarmi, lo fece guardandomi
negli occhi, steso sotto di me, mentre mi accarezzava la schiena.
Sentii il
cuore accelerare e sapevo che la mia espressione era quella di un cerbiatto
spaventato. Non ero pronta a sentirlo, non sapevo come reagire.
D’istinto lo
abbracciai e lui mi strinse, mentre rimanevo muta ed emozionata.
Non
ricambiai, perché non sapevo se era vero. Si, mi sentivo innamorata, ma quanto?
Lui lo capiva, avrebbe aspettato, disse.
E aspettò
davvero, finché non fui davvero pronta e lo rivelai, lo sussurrai, senza
nemmeno pensarci, perché lo sentivo vero, lo sentivo dentro.
Eravamo di
nuovo a casa sua, a novembre, dove per la prima volta diventammo una cosa sola.
E non è solo un termine ripreso dai racconti smielati di casalinghe disperate,
non è un modo di dire sdolcinato. Mi sentii davvero parte di qualcosa più
grande di tutto il resto, eravamo solo io e lui e nient’altro contava.
Eravamo solo
io e lui, stretti, abbracciati, vicini, a ridere, sussurrare, accarezzarci,
rimanere in silenzio guardando un film.
Era il
tutto, in un momento.
Se c’è una
parola che definisce al meglio i mesi passati con lui, questa è “bellezza”.
C’è bellezza
nelle sue parole, nella sua voce bassa che mi vibra dentro quando la mia
schiena è sdraiata sul suo petto.
C’è bellezza
nei suoi occhi, quando mi guardano e sorridono senza dirmi il perché.
C’è bellezza
nei suoi gesti, così spontanei e naturali, dolci come quando mi ha regalato un
ciondolo a forma di cuore “Così non ti dimentichi di me mentre sei a Berlino”, breathtaking come quando mi ha guardato
negli occhi e detto il primo “Ti amo”, indimenticabili come quando mi ha
regalato un mazzo di fiori con le rose screziate, quasi introvabili, che mi
aveva promesso mesi prima.
Bellezza
pura, in tutti quei momenti che sembrano durare secondi, per quanto volano
velocemente, in tutti quei giorni passati assieme, in tutte le parole d’affetto
che mi scrive o sussurra.
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