Maggio e
Giugno passarono, lasciando i loro segni su di me, dentro di me.
All’esame di
maturità si aggiunse anche l’esame pratico della patente, al quale ero già
stata bocciata qualche mese prima, evento che mi aveva sconvolta oltre ogni
aspettativa.
La seconda
volta andò bene per fortuna, così come l’esame di maturità (beh, si fa per
dire, odio ancora quel maledetto numero che sarebbe il voto finale), ma il mio
stomaco ne uscì sconfitto.
L’ansia e il
nervosismo, in due mesi, l’avevano ridotto a uno strato sottile di tessuto che
non ne voleva sapere di tenere giù quasi nulla.
Il mio
fisico ringraziava, ma ancora oggi mi conviene star lontana da bevande gassate
o cibi a rischio allergia.
Passava
anche luglio, troppo velocemente, così velocemente che non ci accorgemmo che si
stava avvicinando la fatidica data.
Iniziai ad
aprirmi all’idea di vedersi, la cosa mi creava non poca ansia, ma mi stavo
convincendo che avrei voluto provarci.
Volevo ritrovare
il coraggio che avevo avuto qualche anno prima, volevo essere finalmente
felice. Mi rimbombava nella testa una frase letta al liceo, durante letteratura
inglese:
“He would give her life,
perhaps love, too. But she wanted to live. Why should she be unhappy? She had a right to
happiness.”
Era un pezzo
tratto da Eveline, di Joyce. Durante quei mesi al liceo leggevo quella frase e
non potevo fare a meno di pensare a quanto rispecchiasse la mia situazione. Era
lui, lui poteva rendermi felice. E io avevo uno stramaledetto diritto alla
felicità che mi stavo negando per non ferire nessuno.
Il 24
luglio, un pomeriggio di quelli caldi da morire, affrontavo la questione
imminente con lui in chat. Si parlava di vedersi, della data che sarebbe stata
significativa, della mia paura e di tutte quelle cose che mi bloccavano.
Mi rassicurava,
mi diceva che avrebbe voluto dirmi quello che provava guardandomi negli occhi.
Non sapevo cosa rispondere.
E da una
risposta, trasse un romanzo, una dichiarazione, un testo lungo, sincero ed
emozionato forse, in cui si metteva a nudo.
“[…] Ma io son sicuro fino in fondo di volere te.
Di vivere con te e per te e
non cambierò mai idea.. A meno che tu mi dica che non ne vuoi sapere, ma se
siamo arrivati fin qui... Non penso accadrà.
Ormai l'ho preso come un
desiderio personale e farò di tutto affinché tu riesca a credere più in te, tu
vali tanto e tu mi piaci tanto, esattamente per come sei ora, non per come
vorrei che tu sia.
E sicuramente non solo per i
tuoi capelli rossi, ma anche per il tuo carattere e i tuoi modi di fare.
Sei diversa dalle altre
ragazze ma mi piaci esattamente tu cosi come sei, solo tu riesci a farmi
sognare ogni notte e a farmi pensare a te sempre, al voler scriverti e sentirti
in ogni momento.
In ogni momento difficile
penso a te e mi dai la forza di andare avanti con la speranza di vederti, forse
un giorno.
In ogni momento soddisfacente
ringrazio te che mi hai dato la forza e la voglia di fare quelle cose.
La mia vita senza di te
sarebbe davvero vuota e non lo dico perché fa figo dirlo, ma perché è davvero
così, altrimenti non ti romperei ogni 2 minuti con i miei messaggini del cazzo,
non ti scriverei su fb appena ti vedo online e non ti chiederei ogni 2 minuti
di vederci.
Io voglio esattamente te Agne..
Tu sei una delle cose più
belle che io abbia mai avuto nella mia vita e ora che ti ho trovata
spero ti farti entrare sempre
di più e spero di non perderti mai più.
Tu sei tutto per me...
Sei più importante dell'aria
che respiro.. Sei tutto ciò che ho sempre desiderato e già non mi sembra vero
di essere arrivati fin qua.
Io vorrei stare con te non
solo perché voglio star bene io egoisticamente parlando, ma perché vorrei star
bene insieme a te..
Vorrei che io e te stessimo
bene insieme
Vorrei che NOI stessimo bene insieme.”
Non sapevo
più cosa rispondere. Faceva ancora più paura.
Sapevo che
se questo era ciò che provava, sarebbe stato ancora più difficile sentire tutto
a voce.
Il mio
stomaco tornò a contorcersi e dimenarsi come un cavallo impazzito e non mi
diede tregua fino alla sera del 29 luglio.
In un’ora
vomitai l’anima tre volte.
Non avevo
più nulla dentro, non avevo più niente per cui stare male, ma il mio stomaco
persisteva a voler buttare fuori qualcosa.
Tremavo, non
ragionavo, ero terrorizzata e nel panico più totale.
Lentamente,
facendo durare ogni gesto un’eternità, mi truccai e scelsi i vestiti.
Indossai un
abito leggero, blu. Sapevo che era il suo colore preferito. L’avevo comprato
apposta per quello.
Mi scrisse
che era arrivato, ma ero troppo agitata per scendere subito e così rimasi dieci
minuti seduta a cercare di ricordarmi degli esercizi di respirazione.
Non ero
calma, ma almeno mi reggevo in piedi, quando scesi le scale.
Camminai verso
di lui a testa bassa, mordendomi il labbro, con il cuore che martellava nel
petto e lo stomaco che dava nuovi segni di ricaduta.
Mi salutò e
mi passò una mano attorno alla vita, come per abbracciarmi, ma mi sentii soffocare
e lo spostai, aggrappandomi alla ringhiera di una casa vicina per evitare il
collasso.
Quel
profumo, l’aveva ancora addosso.
Fino al
parco parlò solo lui, mi limitavo a rispondere con “si” o “no” onde evitare uno
scoppio di pianto isterico.
Ci sedemmo
su una panchina, mi stava vicino, troppo vicino per i miei gusti.
Non riuscivo
a sopportare la sua presenza addosso, avevo in corpo rabbia e ansia e quel
contatto mi rendeva nervosa, come se fosse qualcosa di assolutamente sbagliato.
Mi parlava,
ma quasi non lo sentivo e quando cercò di baciarmi sibilai con una cattiveria
che non pensavo avrei sfoderato “Avevi
detto che non sarebbe stato come due anni fa.”. Si allontanò, forse ferito,
forse spaventato all’idea di aver rovinato tutto.
Dopo un
attimo di silenzio la sua mano prese la mia e sentii le stesse parole che
leggevo, arrivare direttamente da lui, dalla sua voce bassa e rassicurante, che
tremava un po’, ma che pian piano si fece ferma e decisa.
Mi chiese di
guardarlo negli occhi, cosa che non faccio mai con nessuno.
Alzai lo
sguardo fino alle sue labbra, di più non riuscivo.
Mi sussurrò
un “Ehi..” e azzardai un contatto visivo di qualche secondo.
Non avevo
mai visto uno sguardo così a nessuno. Così preso, così… Innamorato?
Arrossii e
tornai alle sue labbra, che piano si avvicinarono alle mie.
Gli permisi
di baciarmi. Lo baciai io, lo volevo, inutile negare.
Ero fredda,
ero distaccata, ma quel bacio mi fece contorcere ancora una volta lo stomaco e
stavolta era piacevole.
Prima di
tornare a casa, ancora davanti alla panchina del parco, tenendomi per una mano
mi fece avvicinare e mi abbracciò.
Mi tuffai in
quell’abbraccio, mi ci nascosi, volevo fondermi in quell’abbraccio e rimanerci.
C’era pace, c’era calma.
Era un
abbraccio vero, un abbraccio che avevo avuto solo in sogno fino a quella sera. Ovviamente,
da lui.
Tornai a
casa più tranquilla, senza ansia, con una strana pace interiore che non sentivo
da tempo.
Questa era
la volta buona. Questa volta eravamo pronti entrambi.
Sul cancello
di casa mi salutò con un bacio al quale risposi con un pugno leggero sulla
spalla. Lui rise, ma non credo abbia mai collegato quel gesto ad una
conversazione che avevamo avuto all’inizio del mese, nella quale mi proponeva
un bacio per ogni scatolone che mi avesse aiutato a portare durante il cambio
della mia camera. Gli avevo risposto che si sarebbe beccato dei pugni in
realtà.
Era una
sciocchezza, qualcosa che solo io potevo sapere. Ma mi venne naturale, così
come quel sorriso che mi accompagnò fino al momento in cui mi addormentai.