La nostra è una storia lunga, complessa, intricata, con molti personaggi, a volte quasi un romanzo.

Difficile, ma bellissima.

Per questo io non mi arrendo.

venerdì 29 marzo 2013

Le rose, però, hanno più spine che petali


La biologia ci insegna che, nei primi mesi di una relazione,  l’innamoramento folle serve a non notare i difetti del partner ideale, per non compromettere un futuro accoppiamento che produrrebbe individui sani e adatti alla sopravvivenza.
E porca puttana se ha ragione.

I difetti non esistevano affatto i primi mesi. Era il ragazzo perfetto, il ragazzo dei sogni, il suo mondo girava attorno a me e il mio attorno a lui.
Ma l’estate finiva, portandosi via le belle giornate, le serate assieme, il buon umore e il tempo libero.
Iniziava a subentrare il lavoro, quello tosto che lo impegna per ore, per giorni, spezzando quell’equilibrio surreale che aveva fatto sembrare tutto una favola.
Aumentava anche il sentimento, rendendo la distanza e l’assenza di tempo sempre più insostenibile.
I crolli c’erano, ma erano sfoghi per lo più, erano “mi manchi” nostalgici, che si risolvevano nel giro di due giorni, quando di nuovo eravamo abbracciati.
Comparivano i primi difetti mentre spariva l’entusiasmo iniziale. Ora facevamo i conti con le cose serie, spesso bisognava chiedersi se ne valesse davvero la pena.
O almeno, io me lo chiedevo spesso.
I primi mesi ero assolutamente convinta che ne valesse la pena a qualsiasi costo, che non ci fosse nient’altro che potesse influenzarmi come lui. Mi lasciavo convincere dalle sue parole, credevo alle sue promesse, attendevo fiduciosa che prendesse l’iniziativa e creasse tutte le situazioni che avevamo immaginato.
Dovetti abituarmi in fretta a non ascoltare più nulla, a non illudermi.
Ora che avevo iniziato a credere di avere anche io diritto a sogni e illusioni, mi trovavo a sbattere ripetutamente la faccia sul pavimento, schiantata in più occasioni dal destino che non permetteva il verificarsi di nessun progetto.

Incolpare il destino però non aiutava affatto. Il più delle volte vedevo solo un’assenza di spinta da parte sua. Non mi sentivo mai messa al primo posto, come giurava lui, mi vedevo sempre soppiantare da altre questioni, come il lavoro.
Tuttora mi sento minacciata da questa tremenda entità, che unita alla distanza mi riporta costantemente al 2010, quando sparì senza motivo, quando smise di interessarsi a qualsiasi cosa che non riguardasse il lavoro.
Non riesco a liberarmi da questa sensazione tremenda di essere meno importante del lavoro e del suo collega / migliore amico / diosolosacosa. Non riesco a mettermi in testa quello che mi promette e sussurra piangendo, non riesco a credere di avere quell’importanza che dice lui.
E così andiamo avanti a litigare, ad ammazzarci verbalmente, a piangere, a stare male. Sono in queste occasioni in cui penso seriamente che non ne vale affatto la pena.
Non è mai stata una relazione facile e sapevamo che non lo sarebbe stata, ma non ci è importato a luglio. Ora ne paghiamo le conseguenze, ora stiamo facendo i conti con tutto quello che ci si mette contro: distanza, lavoro, mancanza di fiducia, difficoltà di comprensione e mille altre cose.

In tutta questa storia tragica, assurda e tormentata un’altra delle sue promesse, forse la più assurda e bella, la più impossibile da realizzare, quella a cui credo meno in assoluto, ha rischiato di mandare tutto a quel paese alla fine di gennaio 2013. In un periodo di insicurezza, paura, mancanza di amici e problemi in casa aveva lanciato la bomba del “voglio lavorare assieme a te”.

venerdì 8 marzo 2013

La bellezza - 2012


I primi mesi erano belli anche se facevano paura, avevo un filo d’ansia ogni volta che dovevamo vederci, ero emozionata in modo esagerato, un filo impacciata e timida, avevo paura ad essere me stessa, a lasciarmi andare.
Ero felicissima, nulla poteva toccarmi, ma avevo come la sensazione di innamorarmi di uno sconosciuto e questo faceva paura.
Lui si apriva poco alla volta con me, mi raccontava del lavoro, gli amici e tutti quei dettagli personali che raramente ci eravamo scambiati.
La relazione si evolveva sul lato sentimentale e inevitabilmente su quello fisico.
Non cercavamo più solo gli abbracci e i baci, ma entrambi volevamo sentire davvero, di più l’altro.
Era un’esigenza fisica starsi addosso nonostante il caldo, stringersi fino a farsi quasi male, spingersi oltre le semplici carezze da innamorati.

Dopo un mese di relazione ci fu la prima volta a casa sua.
Eravamo soli, era un pomeriggio caldissimo di agosto e io dovevo fare i conti per la prima volta con il mio corpo.
Odiavo l’idea di finire troppo svestita, odiavo il mio corpo e odiavo l’idea di poter fare brutta figura con lui, che insisteva a dire che gli piacevo davvero, che anche il mio fisico era bello per lui. Ovviamente non riuscivo a crederci.
L’emozione era tanta, la paura anche, ma come mi baciava e come mi stringeva mi faceva sentire bene, mi faceva dimenticare l’odio che provavo verso me stessa. E per la prima volta nella mia vita, mi sfilai l’abito di mia spontanea volontà, lasciandolo zitto per un momento.
Associai quel silenzio al ribrezzo e me ne pentii, ma subito dopo mi sorrise e mi strinse di più a sé, affondando il suo volto nel mio collo e mettendo da parte le mie paranoie per un momento. Ma contrariamente a quello che si può pensare, non bruciammo tutte le tappe quel pomeriggio, perché lui voleva davvero aspettare che io mi sentissi davvero sicura di superare quella tappa con lui. E aspettò altri mesi, prima che succedesse, senza mettermi fretta.

Fu il pomeriggio in cui mi guardò negli occhi e rivelò di amarmi, lo fece guardandomi negli occhi, steso sotto di me, mentre mi accarezzava la schiena.
Sentii il cuore accelerare e sapevo che la mia espressione era quella di un cerbiatto spaventato. Non ero pronta a sentirlo, non sapevo come reagire.
D’istinto lo abbracciai e lui mi strinse, mentre rimanevo muta ed emozionata.
Non ricambiai, perché non sapevo se era vero. Si, mi sentivo innamorata, ma quanto? Lui lo capiva, avrebbe aspettato, disse.
E aspettò davvero, finché non fui davvero pronta e lo rivelai, lo sussurrai, senza nemmeno pensarci, perché lo sentivo vero, lo sentivo dentro.
Eravamo di nuovo a casa sua, a novembre, dove per la prima volta diventammo una cosa sola. E non è solo un termine ripreso dai racconti smielati di casalinghe disperate, non è un modo di dire sdolcinato. Mi sentii davvero parte di qualcosa più grande di tutto il resto, eravamo solo io e lui e nient’altro contava.
Eravamo solo io e lui, stretti, abbracciati, vicini, a ridere, sussurrare, accarezzarci, rimanere in silenzio guardando un film.
Era il tutto, in un momento.

Se c’è una parola che definisce al meglio i mesi passati con lui, questa è “bellezza”.
C’è bellezza nelle sue parole, nella sua voce bassa che mi vibra dentro quando la mia schiena è sdraiata sul suo petto.
C’è bellezza nei suoi occhi, quando mi guardano e sorridono senza dirmi il perché.
C’è bellezza nei suoi gesti, così spontanei e naturali, dolci come quando mi ha regalato un ciondolo a forma di cuore “Così non ti dimentichi di me mentre sei a Berlino”, breathtaking come quando mi ha guardato negli occhi e detto il primo “Ti amo”, indimenticabili come quando mi ha regalato un mazzo di fiori con le rose screziate, quasi introvabili, che mi aveva promesso mesi prima.
Bellezza pura, in tutti quei momenti che sembrano durare secondi, per quanto volano velocemente, in tutti quei giorni passati assieme, in tutte le parole d’affetto che mi scrive o sussurra.