Posso
contare le volte che ci rivedemmo da quel 29 luglio.
Quattro volte.
E credetemi,
vedersi quattro volte, da luglio a ottobre, per una ragazza che ha bisogno
vitale di certezze e risposte, è una delle torture più ciniche che possano
capitare.
Era il
lavoro. Sempre e solo il suo lavoro a tenerlo lontano.
Nella mia
mente lui era mio, finalmente, c’era qualcosa di importante o che sarebbe
diventato tale a breve. Ma non fu così.
I messaggi
si fecero sempre più rari, le chiamate inesistenti, i contatti su MSN o Facebook
sporadici e carichi di tensione. Ogni mia parola veniva letta come un’accusa,
un insulto, quando in realtà l’unica cosa che mi spingeva ad essere sempre più
fredda era il dolore.
Non voglio
mentire, non era uno di quei dolori tragici, strazianti, che ti tolgono il
sonno e ti lasciano intere giornate piangente davanti a un film strappalacrime.
No, era più
quel genere di dolore che si prova quando perdi il tuo portafortuna, il tuo
oggetto preferito, quando sei costretta ad abbandonare qualcosa che per te era
davvero importante, nonostante fosse piccolo e, al parere altrui,
insignificante.
Era un
chiodo fisso nella mia mente. Il cellulare squillava e speravo che fosse un suo
messaggio, una chiamata. Nulla di nulla.
Il senso di
vuoto che mi stava attanagliando mi spinse a ributtarmi tra le braccia che
pochi mesi prima avevo ferito, la notte di capodanno, con la convinzione che sarebbe stata l’unica
scelta giusta, l’unica scelta plausibile, che non mi avrebbe fatto soffrire.
Mi
immaginavo lui che si rifaceva una nuova vita, me lo immaginavo accanto ad un’altra.
In fondo era ovvio che sarebbe successo. Abitiamo distanti, non mi vedevo una
gran bellezza e non ne sarebbe valso la pena per lui sprecare ulteriore tempo
con me.
La mia mente
proseguiva per i suoi tortuosi itinerari che conducevano alla follia, ma poi
per un momento, poco prima di partire per la Germania, trovai una strana forza
che costrinse a smetterla di essere così patetica e dire basta.
Volevo
davvero dire basta, ne ero sicura e convinta, ero pronta a lasciar perdere
tutta quella follia che era iniziata per gioco. Non ne valeva la pena, in
fondo.
Fu un
periodo di rinascita. Decisi di cambiare il mio modo di vedere il mondo, volevo
imparare ad essere più istintiva, smetterla di soppesare ogni singolo istante, cominciare
a godermi davvero la vita e staccarmi da chiunque mi stesse tenendo legata al
passato. E ci riuscii per un po’. I suoi messaggi, che cominciavano ad
aumentare lentamente, venivano spesso ignorati o ricevevano risposte fredde e
cattive. Il mio solo scopo era allontanarlo, non era nel mio interesse fargli
del male.
Ero libera,
ero una persona nuova. Potevo ricominciare, anche senza di lui, mi ripetevo.
A luglio,
con una mia amica, tatuai sulle costole, sopra il cuore, il memento alla nuova
me: Leb die Sekunde, ovvero “Vivi i momenti”, cosa che troppo spesso
dimenticavo di fare.
Appena
tornata a casa postai su Facebook una foto del tatuaggio, con la data bene in
evidenza.
Era il 28
luglio.
Il suo
messaggio, qualche ora dopo, recitava: “È una coincidenza che tu abbia scelto
proprio questa data?”. Si lo era, ma la sua reazione mi lasciò senza parole.
Lui
ricordava il giorno in cui per la prima volta ci eravamo incontrati, un anno
prima, mentre per me era semplicemente il giorno in cui avrei marchiato in modo
indelebile la mia pelle. Non ci diedi peso, in fondo cosa ci vuole a ricordarsi
una data? E io avevo parte dell’estate da vivere.
Poi eccola,
la famigerata quinta superiore, che cominciò con i peggiori presupposti che il
mio liceo avesse mai visto, ma che avremmo dovuto affrontare in un modo o nell’altro.
Lo studio fu
da subito intenso e continuativo, i primi mesi passarono in un soffio e quando
a novembre raggiunsi il primo picco di nervosismo acuto, venni trascinata fuori
casa da mia madre per rifugiarci in centro commerciale, giusto per staccare.
Era il 13
novembre 2011, faceva un freddo che ancora me lo ricordo, il tempo era grigio e
umido e sulla soglia del centro commerciale c’era lui.
Mi sentii
morire dentro.
Il mio
cuore, non sto scherzando, si fermò e per un momento credetti di svenire.
Lui non mi
vide, stava parlando con altre persone. Non notò una testa rosso fiamma che si
era immobilizzata a pochi metri da lui, con il terrore negli occhi, pallida
come la morte.
-Vuoi andare
a salutarlo? – chiese mia madre, ma negai fermamente con la testa ed entrai.
L’ansia
cominciò a consumarmi dentro, il mio stomaco dava segni di cedimento e le
lacrime facevano l’impossibile per cercare di uscire.
Perché li,
perché proprio lui? Perché proprio adesso che stavo meglio?
Perché io in
realtà non stavo meglio. Semplicemente io non potevo stare bene senza di lui.
Mi mancava
tutto di lui. Il suo profumo, le sue braccia, le sue mani, i suoi capelli, le
sue labbra. Tutto. Passavo le ore a immaginarci assieme, a chiedermi come
sarebbe stata una vita accanto a lui, a chiedermi se nonostante i chilometri
valesse la pena provarci.
Fino a quel
giorno mi ero convinta che sarebbe stato impossibile.
Ma rivederlo
mi lacerò dentro, io non stavo affatto bene, io non mi ero liberata di lui e
del suo pensiero. Io lo volevo, lo volevo da quando mi aveva chiamato piccola,
da quando mi aveva detto che avevo degli occhi bellissimi, da quando mi aveva
abbracciato e ringraziato sussurrando, da quando quell’ultima volta che ci
eravamo visti, un anno prima, ci eravamo salutati con un bacio frettoloso sul
cancello di casa, mentre la pioggia ci metteva fretta.
Un pensiero
fastidioso mi accompagnò quando lo rividi poco dopo all’interno di un negozio:
“Ti
prego notami.” Avrei voluto vedere la sua reazione, avrei voluto vedere cosa
avrebbe detto a vedermi ora coi capelli lunghi e un look nuovo, avrei voluto
sapere se si sarebbe avvicinato. Ma aspettai di essere al sicuro in macchina,
prima di prendere il cellulare e scrivergli che lo avevo appena visto.
Non fu un
gesto di sadismo, volevo solo che sapesse che per un momento il destino ci
aveva dato la possibilità di fare qualcosa.
Pianse, così
mi disse. Pianse perché gli mancavo, perché era stato “un idiota ad averti
lasciata andare”.
Non gli raccontai
mai la mia reazione. Probabilmente lui da quel giorno è convinto che io gli sia
semplicemente passata accanto a testa alta, deridendolo poi con un messaggio. Ma
solo il mio quaderno lilla sa quanto stessi tremando non appena tornata a casa.
La mia testa
di nuovo si trasformò in un frullatore di pensieri e lui era sempre il
protagonista. Improvvisamente rimpiangevo tutto, mi odiavo per come l’avevo
trattato, avrei voluto fare qualsiasi cosa pur di fargli capire cosa in realtà
provassi per lui, ma non potevo fare niente, perché quella che chiamavo
migliore amica aveva a più riprese minacciato di non poter sopportare la sua
presenza, di non poter immaginare una vita in cui io e lui avessimo un futuro
condiviso.
Per la paura
di perderla, continuai a trattarlo come avevo sempre fatto finora.
In realtà,
me ne resi conto solo dopo, stavo allentando la morsa mese dopo mese. Diventavo
sempre più aperta nei suoi confronti, facevo in modo che potesse intuire
qualcosa e allo stesso tempo negavo tutto.
A capodanno,
il 1 gennaio 2012, alle quattro del mattino ero ancora sveglia, ma perché avevo
pensieri su pensieri che mi affollavano il cervello.
Presi il
cellulare e scrissi ciò che mi passava per la testa, gli dissi che speravo il
meglio per lui, che avrei voluto solo vederlo felice.
Lo stavo
lasciando andare in certo senso. Gli stavo dicendo che sarebbe stato meglio per
entrambi che scegliesse di essere felice, anche se questo avesse significato
mettere da parte me.
Ero pronta,
credo, a ricevere quella risposta, sarebbe stata la conseguenza più ovvia. Da
quella notte aspettai giorno dopo giorno che cedesse, che mollasse il colpo e
ricominciasse una vita vera senza di me.