La nostra è una storia lunga, complessa, intricata, con molti personaggi, a volte quasi un romanzo.

Difficile, ma bellissima.

Per questo io non mi arrendo.

martedì 26 febbraio 2013

Oblio - 2011

Posso contare le volte che ci rivedemmo da quel 29 luglio.
Quattro volte.
E credetemi, vedersi quattro volte, da luglio a ottobre, per una ragazza che ha bisogno vitale di certezze e risposte, è una delle torture più ciniche che possano capitare.
Era il lavoro. Sempre e solo il suo lavoro a tenerlo lontano.
Nella mia mente lui era mio, finalmente, c’era qualcosa di importante o che sarebbe diventato tale a breve. Ma non fu così.
I messaggi si fecero sempre più rari, le chiamate inesistenti, i contatti su MSN o Facebook sporadici e carichi di tensione. Ogni mia parola veniva letta come un’accusa, un insulto, quando in realtà l’unica cosa che mi spingeva ad essere sempre più fredda era il dolore.
Non voglio mentire, non era uno di quei dolori tragici, strazianti, che ti tolgono il sonno e ti lasciano intere giornate piangente davanti a un film strappalacrime.
No, era più quel genere di dolore che si prova quando perdi il tuo portafortuna, il tuo oggetto preferito, quando sei costretta ad abbandonare qualcosa che per te era davvero importante, nonostante fosse piccolo e, al parere altrui, insignificante.
Era un chiodo fisso nella mia mente. Il cellulare squillava e speravo che fosse un suo messaggio, una chiamata. Nulla di nulla.

Il senso di vuoto che mi stava attanagliando mi spinse a ributtarmi tra le braccia che pochi mesi prima avevo ferito, la notte di capodanno, con la convinzione che sarebbe stata l’unica scelta giusta, l’unica scelta plausibile, che non mi avrebbe fatto soffrire.
Mi immaginavo lui che si rifaceva una nuova vita, me lo immaginavo accanto ad un’altra. In fondo era ovvio che sarebbe successo. Abitiamo distanti, non mi vedevo una gran bellezza e non ne sarebbe valso la pena per lui sprecare ulteriore tempo con me.
La mia mente proseguiva per i suoi tortuosi itinerari che conducevano alla follia, ma poi per un momento, poco prima di partire per la Germania, trovai una strana forza che costrinse a smetterla di essere così patetica e dire basta.
Volevo davvero dire basta, ne ero sicura e convinta, ero pronta a lasciar perdere tutta quella follia che era iniziata per gioco. Non ne valeva la pena, in fondo.

Fu un periodo di rinascita. Decisi di cambiare il mio modo di vedere il mondo, volevo imparare ad essere più istintiva, smetterla di soppesare ogni singolo istante, cominciare a godermi davvero la vita e staccarmi da chiunque mi stesse tenendo legata al passato. E ci riuscii per un po’. I suoi messaggi, che cominciavano ad aumentare lentamente, venivano spesso ignorati o ricevevano risposte fredde e cattive. Il mio solo scopo era allontanarlo, non era nel mio interesse fargli del male.
Ero libera, ero una persona nuova. Potevo ricominciare, anche senza di lui, mi ripetevo.
A luglio, con una mia amica, tatuai sulle costole, sopra il cuore, il memento alla nuova me: Leb die Sekunde, ovvero “Vivi i momenti”, cosa che troppo spesso dimenticavo di fare.
Appena tornata a casa postai su Facebook una foto del tatuaggio, con la data bene in evidenza.
Era il 28 luglio.
Il suo messaggio, qualche ora dopo, recitava: “È una coincidenza che tu abbia scelto proprio questa data?”. Si lo era, ma la sua reazione mi lasciò senza parole.
Lui ricordava il giorno in cui per la prima volta ci eravamo incontrati, un anno prima, mentre per me era semplicemente il giorno in cui avrei marchiato in modo indelebile la mia pelle. Non ci diedi peso, in fondo cosa ci vuole a ricordarsi una data? E io avevo parte dell’estate da vivere.

Poi eccola, la famigerata quinta superiore, che cominciò con i peggiori presupposti che il mio liceo avesse mai visto, ma che avremmo dovuto affrontare in un modo o nell’altro.
Lo studio fu da subito intenso e continuativo, i primi mesi passarono in un soffio e quando a novembre raggiunsi il primo picco di nervosismo acuto, venni trascinata fuori casa da mia madre per rifugiarci in centro commerciale, giusto per staccare.
Era il 13 novembre 2011, faceva un freddo che ancora me lo ricordo, il tempo era grigio e umido e sulla soglia del centro commerciale c’era lui.
Mi sentii morire dentro.
Il mio cuore, non sto scherzando, si fermò e per un momento credetti di svenire.
Lui non mi vide, stava parlando con altre persone. Non notò una testa rosso fiamma che si era immobilizzata a pochi metri da lui, con il terrore negli occhi, pallida come la morte.
-Vuoi andare a salutarlo? – chiese mia madre, ma negai fermamente con la testa ed entrai.

L’ansia cominciò a consumarmi dentro, il mio stomaco dava segni di cedimento e le lacrime facevano l’impossibile per cercare di uscire.
Perché li, perché proprio lui? Perché proprio adesso che stavo meglio?
Perché io in realtà non stavo meglio. Semplicemente io non potevo stare bene senza di lui.
Mi mancava tutto di lui. Il suo profumo, le sue braccia, le sue mani, i suoi capelli, le sue labbra. Tutto. Passavo le ore a immaginarci assieme, a chiedermi come sarebbe stata una vita accanto a lui, a chiedermi se nonostante i chilometri valesse la pena provarci.
Fino a quel giorno mi ero convinta che sarebbe stato impossibile.
Ma rivederlo mi lacerò dentro, io non stavo affatto bene, io non mi ero liberata di lui e del suo pensiero. Io lo volevo, lo volevo da quando mi aveva chiamato piccola, da quando mi aveva detto che avevo degli occhi bellissimi, da quando mi aveva abbracciato e ringraziato sussurrando, da quando quell’ultima volta che ci eravamo visti, un anno prima, ci eravamo salutati con un bacio frettoloso sul cancello di casa, mentre la pioggia ci metteva fretta.

Un pensiero fastidioso mi accompagnò quando lo rividi poco dopo all’interno di un negozio: 
Ti prego notami.” Avrei voluto vedere la sua reazione, avrei voluto vedere cosa avrebbe detto a vedermi ora coi capelli lunghi e un look nuovo, avrei voluto sapere se si sarebbe avvicinato. Ma aspettai di essere al sicuro in macchina, prima di prendere il cellulare e scrivergli che lo avevo appena visto.
Non fu un gesto di sadismo, volevo solo che sapesse che per un momento il destino ci aveva dato la possibilità di fare qualcosa.
Pianse, così mi disse. Pianse perché gli mancavo, perché era stato “un idiota ad averti lasciata andare”.
Non gli raccontai mai la mia reazione. Probabilmente lui da quel giorno è convinto che io gli sia semplicemente passata accanto a testa alta, deridendolo poi con un messaggio. Ma solo il mio quaderno lilla sa quanto stessi tremando non appena tornata a casa.

La mia testa di nuovo si trasformò in un frullatore di pensieri e lui era sempre il protagonista. Improvvisamente rimpiangevo tutto, mi odiavo per come l’avevo trattato, avrei voluto fare qualsiasi cosa pur di fargli capire cosa in realtà provassi per lui, ma non potevo fare niente, perché quella che chiamavo migliore amica aveva a più riprese minacciato di non poter sopportare la sua presenza, di non poter immaginare una vita in cui io e lui avessimo un futuro condiviso.
Per la paura di perderla, continuai a trattarlo come avevo sempre fatto finora.
In realtà, me ne resi conto solo dopo, stavo allentando la morsa mese dopo mese. Diventavo sempre più aperta nei suoi confronti, facevo in modo che potesse intuire qualcosa e allo stesso tempo negavo tutto.

A capodanno, il 1 gennaio 2012, alle quattro del mattino ero ancora sveglia, ma perché avevo pensieri su pensieri che mi affollavano il cervello.
Presi il cellulare e scrissi ciò che mi passava per la testa, gli dissi che speravo il meglio per lui, che avrei voluto solo vederlo felice.
Lo stavo lasciando andare in certo senso. Gli stavo dicendo che sarebbe stato meglio per entrambi che scegliesse di essere felice, anche se questo avesse significato mettere da parte me.
Ero pronta, credo, a ricevere quella risposta, sarebbe stata la conseguenza più ovvia. Da quella notte aspettai giorno dopo giorno che cedesse, che mollasse il colpo e ricominciasse una vita vera senza di me.

lunedì 25 febbraio 2013

29 luglio 2010


Mentre il dramma si consumava in due piccole cittadine della Brianza, non troppo distanti, una timida luce sembrava brillare in fondo ad un tunnel infinito.

Una sera, mentre ero occupata a fare altro, un suo sms mi ripropose quello che non eravamo riusciti a realizzare nel gennaio dello stesso anno.
Ero semplicemente improponibile. Quasi struccata, coi capelli rovinati dal sole e il mare, una felpa scelta a caso nell’armadio e altri dettagli sconvolgenti che preferirei rimuovere.
Ma stranamente questo abbigliamento che concorreva con le zingare del mercato ai contest “Barbona Chic 2010” non mi preoccupò affatto. Credo dipendesse anche dal mio stato d’animo ancora vagamente sconvolto dalla fine tragica di quella relazione. Erano passati poche settimane.

Accettai e verso le 22 del 29 luglio 2010, all’incrocio che segna l’inizio della mia via, perso e imbarazzato c’era un ragazzo a mio parere altissimo, con una mano stretta nella tasca dei pantaloni, del quale conoscevo a malapena i tratti del volto.
I primi saluti furono imbarazzo puro, ma nonostante tutto cercavo di rimanere (o per lo meno sembrare) il più calma possibile.
Quasi non parlammo fino al parco, il primo posto che mi venne in mente per stare tranquilli e una volta seduti su quella panchina passai cinque minuti buoni con il volto rivolto verso l’alto, fissando le stelle e cercando delle costellazioni.
La situazione era a dir poco gelida.
Parlavamo poco, quasi per niente, c’era evidente imbarazzo e timidezza.
Finché non decise di far leva sul mio punto debole: il solletico. Forse non la scelta migliore, ma comunque fu “qualcosa”. Quando le risate si stavano per trasformare in urla sentii le sue mani stringermi il volto e subito dopo le sue labbra sulle mie.
Avvampai istantaneamente, immobilizzata da quel gesto tra il terrorizzato e l’entusiasta. Questo non rese la situazione meno imbarazzante, ma fu un passo avanti.

Era ormai tardi e mentre mi riaccompagnava a casa mi teneva la mano, sensazione del tutto sconosciuta fino a quel momento.
Arrivati alla sua macchina, presumo preso dal panico, dall’ansia di non sapere cosa dire o fare, mi mostrò nel bagagliaio delle aste dei microfoni. Ancora non sapevo esattamente del suo lavoro, o meglio, non capivo di cosa si occupasse.
Poi prese del nastro isolante nero e iniziò a giocare con un pezzo che aveva staccato. Ne prese un altro pezzetto e lo attaccò alla mia mano, sul palmo, prima di stringermi e sussurrarmi un “Grazie”.
Ancora non so a cosa si riferisse, per cosa mi stesse ringraziando, ma mi fece sorridere e lo strinsi di più prima di salutarlo e rientrare in casa sorridendo.
La prima cosa che feci fu attaccare quel pezzetto di nastro nero sul mio quadernetto lilla e aggiornarlo con il feedback della serata.
Mi sarebbe piaciuto poter conservare i messaggi di quella serata. Più che altro perché non ricordo assolutamente nulla oltre al mio diario.

Quella data, 29 luglio, sarebbe stata destinata a rappresentare qualcosa di importante, in futuro, ma ancora non lo sapevamo.

Piccoli passi - 2007 a 2010


Passarono i giorni, poi le settimane e i mesi. Arrivò la borsa di studio, gli esami di terza media, l’estate dopo gli esami, quella che precedeva l’ingresso al liceo, nella quale ti sentivi sbocciare come una rosa, uscire dal bozzolo, diventare grande. Anche se in realtà avevi comunque 14 anni e sfide ben più grandi davanti a te. Ma al momento chi lo sapeva? E soprattutto: a chi importava?
Con un po’ di paura, qualche stratagemma, piccole bugie, riuscii a dirgli la verità sulla mia età e il mio nome, quello vero, venne fuori grazie a quell’entità pettegola del profilo di MSN messenger.
Iniziavo a sentirmi in colpa, sia nei suoi confronti che in quelli di mia madre. Lei non sapeva nulla di questo ragazzo, non sapeva nulla dei messaggi, le chiamate, il tempo speso su MSN. Si chiedeva perché il mio cellulare avesse preso il vizio di rimanere in silenzioso, perché giaceva nel cassetto del mio comodino e non sopra esso e mille altri piccoli dettagli che erano eccitanti, sapevano di grande segreto tra me e lui, ma in realtà erano solo piccolezze da ragazzina.

Passato il 2007 arrivò il 2008, anno segnato dall’inizio dell’amicizia che fu l’unica e più importante del liceo.
Mentii anche a lei. Era un vizio, un’abitudine, ma dovevo tenere il segreto su di lui in qualche modo. Mi serviva una storia che potesse reggersi in piedi e non rovinarmi del tutto se fosse saltata fuori nel momento sbagliato.
Così lui divenne l’amico di un amico, bastava aggiungere un passaggio e nessuno avrebbe fatto troppe domande.
Con il liceo cominciarono anche i primi dubbi sulla sessualità.
L’essere sempre stata “maschiaccia”, dura, forte e amica di ragazzi cominciò a tramutarsi in un dubbio: “e se fossi..?”. Dubbio che si sarebbe portato dietro conseguenze tragiche in un futuro non troppo lontano.
Nello stesso momento di “crisi”, anche se non è il termine più adatto, si aggiunse l’invio di una foto da parte sua.
Ora, detto sinceramente, non so cosa mi fosse passato per la testa in quel momento. Provai paura, provai angoscia, mi sentii tradita dall’immagine che mi ero fatta mentalmente di lui. Mi rifugiai nella condizione di indecisione che stavo affrontando e decisi che non volevo uomini, che non mi piacevano.
Era, ed è tuttora, vero, in fondo. Non avevo mai provato quella sensazione di “cotta” per un ragazzo, non avevo mai trovato qualcuno “carino” e alle domande tipo “Ma a te, chi ti piace?” ero spietatamente sincera quando rispondevo che non c’era nessun ragazzo che mi interessasse.
Tranne uno, Gabriele. Si, lui in fondo mi era quasi piaciuto, ma decisi che era una persona inutile all’umanità quando capii che si era accorto della mia esistenza (oltre a quella che conosceva come amica) nel momento in cui tolsi l’apparecchio e cambiai taglio di capelli.
Uomini, sono così bambini.

Tornando alla sua foto e alla mia drastica decisione. Ruppi i rapporti per qualche mese, in cui lui faticò ad arrendersi, ma so che non ci diede troppo peso al momento. Forse aveva qualche storia, forse ne ebbe mentre ci stavamo conoscendo. Non lo so, non ho mai chiesto e non so se vorrò saperlo. Le sue relazioni sono rimaste sempre un punto di domanda per me.

Due anni di liceo erano ormai volati, e la terza superiore arrivò assieme alla mia decisione di passare dai capelli nero corvino a un bel rosso fiamma. Una rinascita. Così come nel periodo di indecisione avevo deciso di ridurre la mia lunga chioma corvina a un taglio cortissimo, maschile, da vera lesbian, ora avevo voglia di ricominciare, di essere nuova e migliore.
Volevo ricominciare per lui.
A gennaio del 2010 cominciammo a discutere sul fatto di vederci, incontrarci, uscire  e vedere cosa sarebbe successo se…
Se…
Se non mi fossi incastrata in una relazione difficoltosa, travolgente e che si portò dietro le tragiche conseguenze menzionate prima.
Una persona così egocentrica, egoista, ipocrita, che vedeva solo e solamente il suo punto di vista e della quale ero fermamente convinta di essere innamorata. Convinzione che mi portai dietro fino a luglio 2010, quando, nello stesso letto accanto a lei, al posto di dormire, pensavo a lui, ai suoi messaggi della buonanotte, banali e scontati, ma tanto dolci, ai suoi auguri di compleanno così innaturali, che mi chiamavano “Agnese” invece che “Amore” e soprattutto seguiti da “Sei stata importante.”

“Sei stata importante” è una frase che si dice nel momento in cui finisce una relazione. Quando sai che stai perdendo qualcuno, quando vedi la persona a cui tieni scivolarti tra le dita, quando sai che si sta allontanando da te, ma tu continui a guardarla, sperando che si volti e torni indietro.
Io non avevo intenzione di lasciarlo andare. Non volevo perderlo.
Più volte nel passato avevo provato sensazioni di “cotta” nei suoi confronti.
Fu quella notte, mentre altre braccia erano strette a me, che realizzai che ero innamorata di lui.

L'inizio - 01 Ottobre 2006


Una giornata fredda, all'inizio di ottobre del 2006, forse pioveva, non ricordo bene.
È cominciato tutto per scherzo, per gioco, nel modo più assurdo che potreste mai immaginare, nel modo più pericoloso e sbagliato.
All’inizio, dare il mio numero di cellulare a quello che era un perfetto sconosciuto doveva essere solo un passatempo, un modo per giocare col fuoco, sapendo che era sbagliato e probabilmente pericoloso. Ma quando sei giovane, molto giovane, sei anche stupida, molto stupida, e il pericolo è un concetto relativo, qualcosa che non ti tocca, che in realtà non esiste.
Avevo 13 anni. Avrei compiuto 14 anni il marzo dell’anno seguente. Lui 17 e fu subito sincero con me riguardo l’età. Sottolineo questo fatto perché la mia fu la prima di una (abbastanza) lunga serie di bugie.
Avevo 13 anni ed ero stupida, si, ma abbastanza sveglia da capire che se gli avessi detto la verità sulla mia età si sarebbe reso conto che stava conversando con quella che era poco più di una bambina, la quale portava ancora un simpatico apparecchio coloratissimo ai denti, i capelli lunghi, lisci e castani, piangeva per i cartoni animati e passava i pomeriggi al campetto di basket o a dilettarsi col gioco di ruolo online.
Non fraintendete, ero anche abbastanza carina dopotutto. Simpatica, ironica, sempre pronta ad aiutare e circondata di migliori amici maschi. Ho pure vinto la borsa di studio alla fine della terza media, mica male no?
Ma torniamo a quel pomeriggio.

Una frase mi colpì particolarmente, anche se ripensandoci ora poteva essere tranquillamente una frase usata a “copia & incolla” per qualsiasi altra ragazza avesse potuto incontrare: “Dai, piccola. Non succede niente.”
La nostra storia futura deve tutto a quel soprannome, “piccola”. È il soprannome che viene usato in qualsiasi film, serie tv, libro, fan fiction a lieto fine. È il classico soprannome che ci si affibbia quando si è particolarmente rincitrulliti dall’altra persona. E credo fu quello che mi spinse a cedere e buttarmi, non sapendo cosa avrei trovato, ma mi fidai abbastanza da lasciarlo entrare a piccoli passi nella mia vita.

Solo una persona al mondo, oltre la sottoscritta, sa la verità assoluta su quel pomeriggio e su questa storia e non è quella che fino a poco fa chiamavo migliore amica, ma la persona che allora, che in quel lontano 2006 chiamavo Best Friend. Una sorella praticamente, che non ho mai perso di vista e alla quale sono immensamente felice di essere rimasta legata nonostante il liceo e l’università.
Un grazie enorme e un abbraccio a Dora.

Questo è stato l’inizio di tutto. Quel pomeriggio, quei messaggi, quei primi giorni e le prime chiamate nelle quali evitavo di parlare temendo che dalla mia voce capisse quanto ero più giovane di lui.
Io iniziavo a conoscere Massimo, di 17 anni e lui iniziava a conoscere Debora, di 16 anni. La ragazza che avrei voluto essere.